Biografia di Corrado Alvaro
Nazione: Italia
Corrado Alvaro nacque a San Luca (RC) il 15 aprile 1895 e morì a Roma il giorno 11 giugno 1956. Fu scrittore, poeta, giornalista e sceneggiatore.
Nacque in un piccolo paese ai piedi dell'Aspromonte, primo di sei figli di Antonio, un maestro elementare, e di Antonia Giampaolo, figlia del segretario comunale del paese.
Il padre Antonio non era soltanto un uomo di scuola: aveva fondato una scuola serale per contadini e pastori analfabeti, e da lui il piccolo Corrado ereditò quella tensione morale e civile che avrebbe percorso tutta la sua opera. In paese trascorse un'infanzia felice, ricevendo la prima istruzione dal padre.
Terminate le scuole elementari, nel 1906 fu mandato a proseguire gli studi nel prestigioso collegio dei gesuiti di Villa Mondragone, a Frascati, diretto dal famoso grecista Lorenzo Rocci, dove cominciò a scrivere racconti e a comporre le prime poesie.
La permanenza al collegio si interruppe però bruscamente. Scacciato a quindici anni dal convitto a causa di una cattiva lettura, La petite Roque di Maupassant, in edizione da venti soldi, fu rinnegato dai suoi genitori e trattato come un paria. Quell'episodio banale e sproporzionato nei suoi effetti segnò profondamente il giovane Alvaro, costringendolo a trasferirsi prima a Perugia e poi a Catanzaro per completare gli studi. Fu tuttavia già in questi anni tormentati che esordì in letteratura: pubblicò la raccolta Polsi nell'arte, nella leggenda, nella storia nel 1911, ancora studente liceale.
Il 24 maggio 1915, quando anche l'Italia entrò in guerra, Alvaro, nominato sottotenente di fanteria, fu inviato al fronte sull'Isonzo. A novembre si trovava in prima linea sul Monte Sei Busi, nella zona di San Michele del Carso, dove venne gravemente ferito alle mani e ricoverato all'Ospedale militare di Ferrara.
Dalla mano destra non guarì mai completamente. Per quanto accaduto fu decorato con la medaglia d'argento. Da quella stagione di dolore e di sangue nacque la sua seconda raccolta poetica, Poesie grigioverdi (1917), che raccoglieva le dolorose esperienze della guerra.
Convalescente, Alvaro iniziò la sua carriera giornalistica. A Bologna, dove si era trasferito come redattore del Resto del Carlino, conobbe in casa Valori il poeta Umberto Saba. L'8 aprile 1918 sposò la bolognese Laura Babini, traduttrice dall'inglese, e nel febbraio 1919 nacque il figlio Massimo. In estate si trasferì con la famiglia a Milano, dove nel frattempo era stato assunto al Corriere della Sera di Luigi Albertini, al quale avrebbe dedicato anni dopo un intenso profilo biografico.
Erano gli anni in cui i suoi interessi politici si precisavano in direzione democratico-liberale: la sua formazione risentiva dell'impulso teorico dell'idealismo di Croce e di quello militante del movimento vociano, e le sue inquietudini si nutrivano di un sentimento civico di consapevole partecipazione di tradizione amendoliana.
Nel 1924, dopo il delitto Matteotti, fu tra i cinquanta firmatari dell'Unione nazionale delle forze democratiche guidata da Giovanni Amendola, e collaborò con il giornale umoristico Becco Giallo, dove tenne sotto pseudonimo la rubrica satirica "Sfottò", prendendo di mira tra gli altri Luigi Pirandello per la sua adesione al fascismo.
L'anno seguente, nel 1925, fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Quell'ottobre fu però segnato anche da una tragedia privata devastante: il fratello Guglielmo, avvocato, si tolse la vita gettandosi nel Tevere da un ponte, sotto gli occhi della cognata Laura e del figlioletto Massimo di soli cinque anni, lasciando una ferita insanabile nell'animo dello scrittore.
Nel 1926 apparve il suo primo romanzo vero e proprio, L'uomo nel labirinto, opera che risentiva di influenze pirandelliane ed espressionistiche, e che era la prima testimonianza nella letteratura italiana, dopo il Rubé di Borgese, di quella crisi psicologica e morale del dopoguerra che costituiva uno degli interessi principali della narrativa europea contemporanea.
Nello stesso anno iniziò la collaborazione con la Stampa e divenne segretario di redazione della rivista 900 fondata da Massimo Bontempelli, una rivista che raccoglieva intorno a sé personalità anticonformiste e di respiro europeo, tra cui James Joyce, George Kaiser e Pierre Mac Orlan, e in cui Alvaro, antifascista e già redattore del Mondo di Amendola, rappresentava la voce della resistenza democratica italiana.
Nei primi mesi del 1929 si recò a Berlino per una serie di corrispondenze commissionate dall'Italia letteraria: sapendo che in patria gli era sempre più difficile lavorare e firmare con il proprio nome, capì che era il momento di allontanarsi temporaneamente per poter poi rientrare, cosa che non sarebbe stata possibile se si fosse stabilito a Parigi, dove convergevano tutti i fuoriusciti politici.
A Berlino entrò in contatto con il mondo intellettuale tedesco: Hermann Hesse, Thomas Mann, Walter Benjamin, Bertolt Brecht. Di quest'ultimo, insieme ad Alberto Spaini, tradusse L'opera da tre soldi, che fu messa in scena l'8 marzo 1930 da Anton Giulio Bragaglia con il titolo La veglia dei lestofanti al Teatro dei Filodrammatici di Milano.
Negli anni berlinesi strinse amicizia anche con Pier Maria Rosso di San Secondo e soprattutto con Luigi Pirandello e l'attrice Marta Abba. Con lo scrittore austriaco Stefan Zweig intrattenne inoltre uno scambio epistolare segnato da grande stima reciproca: nelle sue lettere Alvaro si rivolgeva a Zweig chiamandolo "eminente confratello" e "maestro", lo stesso appellativo che riservava a Pirandello.
Tornato in Italia nel corso del 1930, pubblicò ben tre raccolte di racconti (Gente in Aspromonte, Misteri e avventure e La signora dell'isola) e il romanzo Vent'anni, il più intenso fra quelli italiani imperniati sulla Grande Guerra, opere che gli valsero il prestigioso premio letterario della Stampa.
Gente in Aspromonte fu il libro che consacrò definitivamente il suo nome: tredici racconti incentrati su contadini, pastori, emigranti, gente povera e oppressa, la storia tipica di un oppresso che decide di ribellarsi fino a diventare bandito, con una Calabria divenuta sorta di paradiso perduto dai caratteri somatici e caratteriali schietti, precisi e duri.
La giuria che assegnò il premio era composta, tra gli altri, da Pietro Pancrazi, Luigi Pirandello e Margherita Sarfatti, e fu proprio la ritrovata amicizia con Pirandello e il legame con Margherita Sarfatti a risultare determinante per stemperare l'atteggiamento persecutorio del regime nei suoi confronti, consentendogli una silenziosa renitenza.
Nel 1938 uscì L'uomo è forte, romanzo di stampo distopico in cui la critica ai totalitarismi si esprimeva nella rappresentazione di una società soffocante e angosciosa, non dissimile da quella dipinta da Orwell e Huxley, e che nel 1940 gli valse il premio dell'Accademia d'Italia per la letteratura. Negli stessi anni contribuì a sceneggiature cinematografiche, tra cui quella di Addio Kira! (1942) e Fari nella nebbia.
Il crollo della dittatura nel 1943 lo portò alla direzione del Popolo di Roma, che tenne con grande equilibrio sino a che, dopo l'8 settembre, fu costretto a rifugiarsi sotto falso nome a Chieti per sfuggire alla polizia. Tornato a Roma nel 1944, l'anno successivo fondò con Francesco Jovine e Libero Bigiaretti il Sindacato nazionale degli scrittori, di cui fu segretario fino alla morte.
Nel dopoguerra la sua produzione riprese con energia rinnovata: nel 1946 uscì L'età breve, primo volume della trilogia autobiografica che avrebbe dovuto comprendere Mastrangelina e Tutto è accaduto, rimaste incompiute. Nel 1950 pubblicò Quasi una vita, diario che raccoglieva riflessioni e incontri di oltre vent'anni, e con il quale vinse il Premio Strega nel 1951.
Nel 1955 apparve la raccolta Settantacinque racconti, che selezionava il meglio della sua produzione breve, un campo in cui lo scrittore dimostrò un valore pari, se non talvolta maggiore, a quello dei romanzi, toccando talvolta il realismo magico.
Nel 1954 gli fu diagnosticato un tumore addominale che, nonostante una delicata operazione chirurgica, si espanse ai polmoni. Morì a Roma, all'alba dell'11 giugno 1956, assistito dalla scrittrice e amica Cristina Campo. Lasciò incompiuta la sua trilogia e alcuni romanzi tra cui Belmoro, pubblicato postumo nel 1957, dai toni fantascientifici che rivelano fino all'ultimo la straordinaria poliedricità di uno scrittore capace di muoversi tra la Calabria arcaica e il sogno di un futuro inquietante, tra il reportage di viaggio e la meditazione morale, con una voce che resta tra le più originali e necessarie del Novecento italiano.
Nacque in un piccolo paese ai piedi dell'Aspromonte, primo di sei figli di Antonio, un maestro elementare, e di Antonia Giampaolo, figlia del segretario comunale del paese.
Il padre Antonio non era soltanto un uomo di scuola: aveva fondato una scuola serale per contadini e pastori analfabeti, e da lui il piccolo Corrado ereditò quella tensione morale e civile che avrebbe percorso tutta la sua opera. In paese trascorse un'infanzia felice, ricevendo la prima istruzione dal padre.
Terminate le scuole elementari, nel 1906 fu mandato a proseguire gli studi nel prestigioso collegio dei gesuiti di Villa Mondragone, a Frascati, diretto dal famoso grecista Lorenzo Rocci, dove cominciò a scrivere racconti e a comporre le prime poesie.
La permanenza al collegio si interruppe però bruscamente. Scacciato a quindici anni dal convitto a causa di una cattiva lettura, La petite Roque di Maupassant, in edizione da venti soldi, fu rinnegato dai suoi genitori e trattato come un paria. Quell'episodio banale e sproporzionato nei suoi effetti segnò profondamente il giovane Alvaro, costringendolo a trasferirsi prima a Perugia e poi a Catanzaro per completare gli studi. Fu tuttavia già in questi anni tormentati che esordì in letteratura: pubblicò la raccolta Polsi nell'arte, nella leggenda, nella storia nel 1911, ancora studente liceale.
Il 24 maggio 1915, quando anche l'Italia entrò in guerra, Alvaro, nominato sottotenente di fanteria, fu inviato al fronte sull'Isonzo. A novembre si trovava in prima linea sul Monte Sei Busi, nella zona di San Michele del Carso, dove venne gravemente ferito alle mani e ricoverato all'Ospedale militare di Ferrara.
Dalla mano destra non guarì mai completamente. Per quanto accaduto fu decorato con la medaglia d'argento. Da quella stagione di dolore e di sangue nacque la sua seconda raccolta poetica, Poesie grigioverdi (1917), che raccoglieva le dolorose esperienze della guerra.
Convalescente, Alvaro iniziò la sua carriera giornalistica. A Bologna, dove si era trasferito come redattore del Resto del Carlino, conobbe in casa Valori il poeta Umberto Saba. L'8 aprile 1918 sposò la bolognese Laura Babini, traduttrice dall'inglese, e nel febbraio 1919 nacque il figlio Massimo. In estate si trasferì con la famiglia a Milano, dove nel frattempo era stato assunto al Corriere della Sera di Luigi Albertini, al quale avrebbe dedicato anni dopo un intenso profilo biografico.
Erano gli anni in cui i suoi interessi politici si precisavano in direzione democratico-liberale: la sua formazione risentiva dell'impulso teorico dell'idealismo di Croce e di quello militante del movimento vociano, e le sue inquietudini si nutrivano di un sentimento civico di consapevole partecipazione di tradizione amendoliana.
Nel 1924, dopo il delitto Matteotti, fu tra i cinquanta firmatari dell'Unione nazionale delle forze democratiche guidata da Giovanni Amendola, e collaborò con il giornale umoristico Becco Giallo, dove tenne sotto pseudonimo la rubrica satirica "Sfottò", prendendo di mira tra gli altri Luigi Pirandello per la sua adesione al fascismo.
L'anno seguente, nel 1925, fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Quell'ottobre fu però segnato anche da una tragedia privata devastante: il fratello Guglielmo, avvocato, si tolse la vita gettandosi nel Tevere da un ponte, sotto gli occhi della cognata Laura e del figlioletto Massimo di soli cinque anni, lasciando una ferita insanabile nell'animo dello scrittore.
Nel 1926 apparve il suo primo romanzo vero e proprio, L'uomo nel labirinto, opera che risentiva di influenze pirandelliane ed espressionistiche, e che era la prima testimonianza nella letteratura italiana, dopo il Rubé di Borgese, di quella crisi psicologica e morale del dopoguerra che costituiva uno degli interessi principali della narrativa europea contemporanea.
Nello stesso anno iniziò la collaborazione con la Stampa e divenne segretario di redazione della rivista 900 fondata da Massimo Bontempelli, una rivista che raccoglieva intorno a sé personalità anticonformiste e di respiro europeo, tra cui James Joyce, George Kaiser e Pierre Mac Orlan, e in cui Alvaro, antifascista e già redattore del Mondo di Amendola, rappresentava la voce della resistenza democratica italiana.
Nei primi mesi del 1929 si recò a Berlino per una serie di corrispondenze commissionate dall'Italia letteraria: sapendo che in patria gli era sempre più difficile lavorare e firmare con il proprio nome, capì che era il momento di allontanarsi temporaneamente per poter poi rientrare, cosa che non sarebbe stata possibile se si fosse stabilito a Parigi, dove convergevano tutti i fuoriusciti politici.
A Berlino entrò in contatto con il mondo intellettuale tedesco: Hermann Hesse, Thomas Mann, Walter Benjamin, Bertolt Brecht. Di quest'ultimo, insieme ad Alberto Spaini, tradusse L'opera da tre soldi, che fu messa in scena l'8 marzo 1930 da Anton Giulio Bragaglia con il titolo La veglia dei lestofanti al Teatro dei Filodrammatici di Milano.
Negli anni berlinesi strinse amicizia anche con Pier Maria Rosso di San Secondo e soprattutto con Luigi Pirandello e l'attrice Marta Abba. Con lo scrittore austriaco Stefan Zweig intrattenne inoltre uno scambio epistolare segnato da grande stima reciproca: nelle sue lettere Alvaro si rivolgeva a Zweig chiamandolo "eminente confratello" e "maestro", lo stesso appellativo che riservava a Pirandello.
Tornato in Italia nel corso del 1930, pubblicò ben tre raccolte di racconti (Gente in Aspromonte, Misteri e avventure e La signora dell'isola) e il romanzo Vent'anni, il più intenso fra quelli italiani imperniati sulla Grande Guerra, opere che gli valsero il prestigioso premio letterario della Stampa.
Gente in Aspromonte fu il libro che consacrò definitivamente il suo nome: tredici racconti incentrati su contadini, pastori, emigranti, gente povera e oppressa, la storia tipica di un oppresso che decide di ribellarsi fino a diventare bandito, con una Calabria divenuta sorta di paradiso perduto dai caratteri somatici e caratteriali schietti, precisi e duri.
La giuria che assegnò il premio era composta, tra gli altri, da Pietro Pancrazi, Luigi Pirandello e Margherita Sarfatti, e fu proprio la ritrovata amicizia con Pirandello e il legame con Margherita Sarfatti a risultare determinante per stemperare l'atteggiamento persecutorio del regime nei suoi confronti, consentendogli una silenziosa renitenza.
Nel 1938 uscì L'uomo è forte, romanzo di stampo distopico in cui la critica ai totalitarismi si esprimeva nella rappresentazione di una società soffocante e angosciosa, non dissimile da quella dipinta da Orwell e Huxley, e che nel 1940 gli valse il premio dell'Accademia d'Italia per la letteratura. Negli stessi anni contribuì a sceneggiature cinematografiche, tra cui quella di Addio Kira! (1942) e Fari nella nebbia.
Il crollo della dittatura nel 1943 lo portò alla direzione del Popolo di Roma, che tenne con grande equilibrio sino a che, dopo l'8 settembre, fu costretto a rifugiarsi sotto falso nome a Chieti per sfuggire alla polizia. Tornato a Roma nel 1944, l'anno successivo fondò con Francesco Jovine e Libero Bigiaretti il Sindacato nazionale degli scrittori, di cui fu segretario fino alla morte.
Nel dopoguerra la sua produzione riprese con energia rinnovata: nel 1946 uscì L'età breve, primo volume della trilogia autobiografica che avrebbe dovuto comprendere Mastrangelina e Tutto è accaduto, rimaste incompiute. Nel 1950 pubblicò Quasi una vita, diario che raccoglieva riflessioni e incontri di oltre vent'anni, e con il quale vinse il Premio Strega nel 1951.
Nel 1955 apparve la raccolta Settantacinque racconti, che selezionava il meglio della sua produzione breve, un campo in cui lo scrittore dimostrò un valore pari, se non talvolta maggiore, a quello dei romanzi, toccando talvolta il realismo magico.
Nel 1954 gli fu diagnosticato un tumore addominale che, nonostante una delicata operazione chirurgica, si espanse ai polmoni. Morì a Roma, all'alba dell'11 giugno 1956, assistito dalla scrittrice e amica Cristina Campo. Lasciò incompiuta la sua trilogia e alcuni romanzi tra cui Belmoro, pubblicato postumo nel 1957, dai toni fantascientifici che rivelano fino all'ultimo la straordinaria poliedricità di uno scrittore capace di muoversi tra la Calabria arcaica e il sogno di un futuro inquietante, tra il reportage di viaggio e la meditazione morale, con una voce che resta tra le più originali e necessarie del Novecento italiano.
Frasi di Corrado Alvaro
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Ove necessario le abbiamo suddivise in pagine da 50 frasi ciascuna.
Intanto te ne inseriamo una qui come stuzzichino.
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L'invidia ha gli occhi e la fortuna è cieca.
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