Biografia di Scipio Slataper

Scipio Slataper
Nazione: Italia    
Scipio Slataper nacque a Trieste il 14 luglio 1888 e morì a Gorizia il 3 dicembre 1915. Fu scrittore e militare.

Era figlio di Luigi Slataper, un commerciante di vetri e ceramiche che sedette più volte nel Consiglio comunale cittadino, e di Iginia Sandrinelli, appartenente a una famiglia legata al partito liberal-nazionale e quindi di orientamento irredentista.

Il cognome paterno, di origine slovena, derivava probabilmente dai termini zlato e pero, che alludono a un piumaggio dai riflessi dorati, mentre gli antenati Slataper erano giunti a Trieste da Tolmino, nella Slovenia occidentale.

Crebbe dunque in una famiglia che univa ascendenze italiane e slavo-boeme, in una città mitteleuropea, crocevia di lingue e culture diverse in quanto principale porto commerciale dell'impero asburgico: una condizione di confine che avrebbe segnato profondamente tutta la sua opera successiva.

Si iscrisse al ginnasio nel 1899, ma nel 1903 fu costretto a interrompere gli studi a causa di un grave esaurimento nervoso, trascorrendo un lungo periodo di convalescenza sull'altopiano del Carso, il paesaggio aspro e selvaggio che sarebbe rimasto per sempre al centro della sua immaginazione letteraria.

Negli anni della giovinezza strinse un lungo sodalizio intellettuale con gli amici Marcello Loewy e Guido Devescovi, e insieme a Giani Stuparich, che sarebbe rimasto per tutta la vita uno dei suoi più stretti confidenti, frequentò gli ambienti del socialismo triestino legati alla figura di Angelo Vivante e al locale Circolo di studi sociali.

Orientò le proprie letture giovanili verso gli autori italiani, in particolare Giosuè Carducci, e verso gli scrittori postromantici tedeschi e nordici, in special modo Henrik Ibsen, coniugando nella propria formazione patriottismo, ideali socialisti e mazzinianesimo.

Fra il 1905 e il 1907 scrisse i primi articoli politico-culturali, saggi letterari, novelle e il dramma giovanile Passato ribelle, ispirato all'amore adolescenziale per Maria Conegliano; ma fu la relazione più duratura e tormentata con Maria Spigolotto, la "Gioietta" destinata a togliersi la vita nel maggio del 1910, a lasciare la traccia più profonda nella sua esistenza e nella sua opera principale.

Per proseguire gli studi si trasferì a Firenze, dove si laureò in Lettere con una tesi su Ibsen, e dove entrò in contatto con l'ambiente della rivista La Voce, fondata da Giuseppe Prezzolini, con cui intrattenne per anni un fitto carteggio, e con altri protagonisti del vivace dibattito culturale fiorentino del tempo, come Giovanni Papini e Ardengo Soffici.

Fu proprio su La Voce che nel 1909 pubblicò le Lettere triestine, una serie di articoli assai critici sulla condizione culturale della sua città natale, definita priva di autentiche tradizioni di cultura: un giudizio severo che scatenò un'aspra polemica e che fece percepire Slataper, agli occhi della borghesia dirigente triestina, quasi come un traditore della causa dell'italianità della città giuliana.

Iniziò a lavorare all'opera che lo avrebbe reso celebre a partire dal gennaio 1910, portandola a termine solo nella tarda primavera del 1912 fra gli impegni della redazione vociana e quelli di studente, con una stesura discontinua profondamente segnata dal dolore per il suicidio di Gioietta.

Conclusa una prima redazione a Praga il 21 ottobre 1911, nel corso di un viaggio che aveva toccato anche Vienna, Dresda e Berlino, la inviò in lettura a Prezzolini e Soffici a Firenze, dove si dedicò alla revisione del testo fino a poco prima della pubblicazione.

Il libro, intitolato Il mio Carso, uscì così nel maggio 1912 per le edizioni della Libreria della Voce, e Slataper stesso lo definì, in una lettera all'amico Loewy, un'autobiografia lirica: un'opera unica nella sua produzione, articolata in tre parti corrispondenti all'infanzia, alla giovinezza e alla maturità del protagonista-narratore, in cui il paesaggio carsico, aspro e primitivo, si contrappone simbolicamente alle convenzioni della vita cittadina, e in cui il dramma della perdita della donna amata si intreccia a quello, altrettanto struggente, per la morte della madre.

Nel settembre del 1913, tornato a Trieste, sposò Gigetta Carniel, da cui ebbe un figlio a cui fu dato il proprio stesso nome; degli stessi anni sono anche le lettere Alle tre amiche, pensate come base per un nuovo romanzo che avrebbe dovuto costituire idealmente il seguito de Il mio Carso, ma rimaste incompiute e pubblicate solo postume dall'amico Giani Stuparich.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, fedele ai propri ideali irredentisti e alla convinzione che Trieste dovesse essere italiana, si arruolò volontario nell'esercito del Regno d'Italia, nonostante fosse cittadino austro-ungarico. Morì in combattimento il 3 dicembre 1915 sul fronte del Carso, nei pressi di Gorizia, una delle tante giovani voci della propria generazione intellettuale falciate dalla Grande Guerra.

Nonostante la sua produzione letteraria sia rimasta circoscritta a un'unica opera compiuta, Scipio Slataper è considerato ancora oggi una delle figure più rappresentative della letteratura triestina del Novecento, e Il mio Carso ne rimane il primo grande capolavoro, testimonianza di un'identità di confine sospesa fra culture e lingue diverse, alla continua ricerca di un proprio equilibrio morale e spirituale.


Frasi di Scipio Slataper

Per ora abbiamo un totale di 1 frasi.
Ove necessario le abbiamo suddivise in pagine da 50 frasi ciascuna.
Intanto te ne inseriamo una qui come stuzzichino.

Voi non sapete come un ragazzo possa, obbedendo, costringere i genitori a fare quello ch'egli vuole.


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