Biografia di Ardengo Soffici
Nazione: Italia
Ardengo Soffici nacque a Rignano sull'Arno (FI) il 7 aprile 1879 e morì a Vittoria Apuana (LU) il 19 agosto 1964. Fu pittore, scrittore, saggista e poeta.
Nacque da una famiglia di agricoltori agiati; fin dalla giovinezza mostrò una spiccata inclinazione per il disegno e la letteratura, abbandonando presto gli studi regolari per formarsi come autodidatta frequentando la Libera Accademia del Nudo e ambienti artistici fiorentini.
Trovando limitante quel contesto provinciale, nel 1900 partì per Parigi, dove rimase fino al 1907 lavorando come illustratore per riviste satiriche come L'Assiette au Beurre e Le Sourire, entrando in contatto con Pablo Picasso, Guillaume Apollinaire, Max Jacob e Medardo Rosso, e scoprendo l'impressionismo, il divisionismo e soprattutto Paul Cézanne, che rivoluzionò la sua pittura e visione estetica.
Tornato in Italia nel 1907, si stabilì a Poggio a Caiano nella villa delle Quattro Strade, dove visse gran parte della vita circondato da familiari e amici, e nel 1908 fondò con Giovanni Papini la rivista La Voce, crocevia di cultura europea che diresse nelle rubriche d'arte promuovendo avanguardie come cubismo e futurismo.
La villa in questione fu poi teatro di un curioso aneddoto: nel 1913, il poeta Dino Campana si presentò alla redazione della rivista Lacerba, fondata da Papini e Soffici proprio in quell'anno, per presentare un proprio manoscritto intitolato Canti Orfini. L'opera non fu presa in considerazione e sparì. Circa sessant'anni dopo, il manoscritto venne ritrovato appunto nella villa di Soffici, dove lui l'aveva relegato in un cassetto dimenticandosene completamente. Campana nel frattempo, avendo fornito alla rivista l'unica copia esistente, la riscrisse a memoria, pubblicandola poi a proprie spese e vendendola per le strade.
Nel 1910 tornò brevemente a Parigi riscoprendo Rimbaud, di cui pubblicò una biografia nel 1912, mentre nel 1913 con Papini e Aldo Palazzeschi lanciò Lacerba, periodico futurista che propugnava rottura con la tradizione e aggressività culturale, organizzando mostre e polemiche contro i passatisti, inclusa una rissa con i milanesi di Marinetti.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale si arruolò volontario negli Arditi combattendo sul Carso e alla Bainsizza, ferito due volte e decorato al valore. Quell'esperienza gli ispirò Kobilek (1918), romanzo pacifista sulla disumanizzazione della guerra. Negli anni Venti aderì al fascismo con entusiasmo, scrivendo elogi a Mussolini e collaborando a giornali del regime come Il Popolo d'Italia, pur mantenendo una sua autonomia critica. Nel 1923 sposò Maria Livia Cybo Cancellieri dalla quale ebbe due figli.
Successivamente consolidò la sua produzione pittorica con paesaggi toscani cubo-futuristi come Campi d'autunno (1907) e nature morte, mentre nella letteratura pubblicò Autoritratto d'artista italiano nel quadro del suo tempo (1926), memoriale avanguardistico, La famiglia Turchi (1908-1910, ma edito nel 1997) e saggi su Cézanne e i primitivi, difendendo un ritorno all'ordine classico contro l'astrattismo.
Dopo la rottura con Mussolini nel 1937 per divergenze culturali, rimase fedele al regime fino al 1943, poi si ritirò a Poggio a Caiano dedicandosi a memorie e critiche d'arte; morì poi in una frazione di Forte dei Marmi nel 1964.
Nacque da una famiglia di agricoltori agiati; fin dalla giovinezza mostrò una spiccata inclinazione per il disegno e la letteratura, abbandonando presto gli studi regolari per formarsi come autodidatta frequentando la Libera Accademia del Nudo e ambienti artistici fiorentini.
Trovando limitante quel contesto provinciale, nel 1900 partì per Parigi, dove rimase fino al 1907 lavorando come illustratore per riviste satiriche come L'Assiette au Beurre e Le Sourire, entrando in contatto con Pablo Picasso, Guillaume Apollinaire, Max Jacob e Medardo Rosso, e scoprendo l'impressionismo, il divisionismo e soprattutto Paul Cézanne, che rivoluzionò la sua pittura e visione estetica.
Tornato in Italia nel 1907, si stabilì a Poggio a Caiano nella villa delle Quattro Strade, dove visse gran parte della vita circondato da familiari e amici, e nel 1908 fondò con Giovanni Papini la rivista La Voce, crocevia di cultura europea che diresse nelle rubriche d'arte promuovendo avanguardie come cubismo e futurismo.
La villa in questione fu poi teatro di un curioso aneddoto: nel 1913, il poeta Dino Campana si presentò alla redazione della rivista Lacerba, fondata da Papini e Soffici proprio in quell'anno, per presentare un proprio manoscritto intitolato Canti Orfini. L'opera non fu presa in considerazione e sparì. Circa sessant'anni dopo, il manoscritto venne ritrovato appunto nella villa di Soffici, dove lui l'aveva relegato in un cassetto dimenticandosene completamente. Campana nel frattempo, avendo fornito alla rivista l'unica copia esistente, la riscrisse a memoria, pubblicandola poi a proprie spese e vendendola per le strade.
Nel 1910 tornò brevemente a Parigi riscoprendo Rimbaud, di cui pubblicò una biografia nel 1912, mentre nel 1913 con Papini e Aldo Palazzeschi lanciò Lacerba, periodico futurista che propugnava rottura con la tradizione e aggressività culturale, organizzando mostre e polemiche contro i passatisti, inclusa una rissa con i milanesi di Marinetti.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale si arruolò volontario negli Arditi combattendo sul Carso e alla Bainsizza, ferito due volte e decorato al valore. Quell'esperienza gli ispirò Kobilek (1918), romanzo pacifista sulla disumanizzazione della guerra. Negli anni Venti aderì al fascismo con entusiasmo, scrivendo elogi a Mussolini e collaborando a giornali del regime come Il Popolo d'Italia, pur mantenendo una sua autonomia critica. Nel 1923 sposò Maria Livia Cybo Cancellieri dalla quale ebbe due figli.
Successivamente consolidò la sua produzione pittorica con paesaggi toscani cubo-futuristi come Campi d'autunno (1907) e nature morte, mentre nella letteratura pubblicò Autoritratto d'artista italiano nel quadro del suo tempo (1926), memoriale avanguardistico, La famiglia Turchi (1908-1910, ma edito nel 1997) e saggi su Cézanne e i primitivi, difendendo un ritorno all'ordine classico contro l'astrattismo.
Dopo la rottura con Mussolini nel 1937 per divergenze culturali, rimase fedele al regime fino al 1943, poi si ritirò a Poggio a Caiano dedicandosi a memorie e critiche d'arte; morì poi in una frazione di Forte dei Marmi nel 1964.
Frasi di Ardengo Soffici
Per ora abbiamo un totale di 2 frasi.
Ove necessario le abbiamo suddivise in pagine da 50 frasi ciascuna.
Intanto te ne inseriamo una qui come stuzzichino.
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Liberalismo: lasciare a tutti la libertà di sopprimere la nostra.
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