Biografia di Jacopo Sannazaro

Jacopo Sannazaro
Nazione: Italia    
Jacopo Sannazaro nacque a Napoli il 28 luglio 1457 e morì sempre a Napoli il 6 agosto 1530. Fu poeta e umanista.

La data di nascita è riportata sull'epigrafe posta sulla sua tomba, ma le fonti letterarie la pongono, un po' meno precisamente, tra il 1456 e il 1458; le sue origini sembrano collocarsi in una nobile famiglia originaria della Lomellina, i cui membri si dicevano discendenti di una villa presso San Nazaro, vicino Pavia.

Suo padre Nicola, o Cola, discendeva da un'antica casata pavese addirittura menzionata da Dante nel Convivio, mentre la madre Masella proveniva da un'importante famiglia salernitana. La sua infanzia fu segnata da un lutto precoce: il padre morì il 7 ottobre 1462, quando Jacopo aveva appena cinque anni, lasciando la madre sola con lui e col fratello minore Marcantonio, nato l'anno prima.

Aggravatesi le condizioni economiche della famiglia anche per la perdita di parte del patrimonio, la madre si ritirò con i figli nel feudo salernitano d'origine, portando il piccolo Jacopo a vivere tra Napoli, Nocera de' Pagani e San Cipriano Picentino, luoghi la cui atmosfera agreste avrebbe ispirato, secondo le stesse dichiarazioni del poeta, la futura elaborazione dell'Arcadia.

Tornato a Napoli nella seconda metà degli anni Settanta del Quattrocento, fu discepolo di Giuniano Maio e Lucio Crasso, docenti di poetica e di retorica, e proprio in quegli anni fu introdotto nel mondo letterario cittadino da Giovanni Pontano, che lo accolse nella propria celebre accademia attribuendogli il nome accademico di Actius Syncerus.

Nel 1481 entrò a far parte della corte di Alfonso d'Aragona, duca di Calabria, come gentiluomo di corte, imponendosi rapidamente come una delle figure centrali della vita culturale napoletana. Fu proprio intorno al 1480 che compose le sue prime egloghe in volgare, influenzato dalla produzione bucolica senese e dal napoletano Pietro Jacopo De Iennaro, testi che sarebbero poi confluiti nel nucleo originario della sua opera maggiore.

Tra il 1482 e il 1486 attese a una prima redazione dell'Arcadia, il prosimetro pastorale, alternanza di prosa e versi, che lo avrebbe reso celebre in tutta Europa, e che compose forse durante un soggiorno presso i conti Cavaniglia nel palazzo di corte di Montella, tra i monti Picentini. Non trascurabile fu inoltre l'apporto di un viaggio compiuto a Ferrara nel 1483, dove poté conoscere da vicino la produzione di Matteo Maria Boiardo.

Negli stessi anni compose anche le liriche volgari poi raccolte nei Sonetti et canzoni, ispirate a un raffinato petrarchismo napoletano, ed elaborate a più riprese fino ai primi anni del Cinquecento.

Seguì la crisi della corona napoletana dopo la morte di re Alfonso II e la breve occupazione francese di Carlo VIII, per poi passare, nel 1496, al servizio di Federico d'Aragona, divenuto nel frattempo re di Napoli. Fu proprio in Federico che Sannazaro riconobbe l'ideale di sovrano umanista, e la sua dedizione fu tale che nel 1499 il re gli donò in ricompensa la splendida Villa Mergellina, presso Napoli, dove il poeta fece costruire anche una torre e due chiese.

Quando nel 1501 la dinastia aragonese cadde definitivamente e Federico fu costretto a fuggire in Francia, Sannazaro, in un gesto di lealtà, vendette parte dei propri beni per aiutare il sovrano e lo seguì in esilio. Fu in quegli anni d'esilio, mentre in Italia circolavano già edizioni scorrette e non autorizzate dell'Arcadia, tanto che Sannazaro discusse a Blois, nel febbraio del 1503, con l'amico Alfonso d'Atri della possibilità di ottenerne una copia, e fu probabilmente in seguito a queste vicende che compose il congedo dell'opera ("Congedo a la sampogna"), autorizzando infine gli amici napoletani a pubblicarne il testo definitivo.

Il 9 novembre 1504 Federico d'Aragona morì di febbri nel castello di Montils, assistito da Sannazaro e da Francesco di Paola, e proprio quello stesso mese l'edizione definitiva dell'Arcadia, curata dall'amico Pietro Summonte, uscì a Napoli per i tipi di Sigismondo Mayr, con dedica al cardinale Luigi d'Aragona.

Libero ormai dal proprio vincolo di fedeltà, Sannazaro fece ritorno in Italia all'inizio del 1505, passando per Venezia, dove incontrò il celebre tipografo ed editore Aldo Manuzio per discutere di vari progetti editoriali. Tornato definitivamente a Napoli, dedicò la raccolta delle proprie rime volgari a Cassandra Marchese, dama della corte aragonese il cui amore avrebbe illuminato l'ultima parte della sua vita.

Le rime, pubblicate postume nel 1530, sono espressione di un colto e raffinato culto del Petrarca intriso di gusto napoletano. Trascorse gli ultimi venticinque anni della propria vita in un ritiro relativamente appartato nella villa di Mergellina, dedicandosi principalmente alla produzione in lingua latina: agli Epigrammata, all'Elegiarum liber e alle Eclogae piscatoriae, nelle quali trasferì il tradizionale mondo bucolico virgiliano nella cornice marittima del golfo di Napoli.

A questa stessa stagione appartiene soprattutto il De partu virginis, poema in esametri virgiliani in tre libri sulla Natività, sollecitato dallo stesso papa Leone X come antidoto contro l'eresia luterana, e a cui il poeta lavorò per anni tra dubbi teologici e revisioni continue, nella speranza che gli garantisse fama duratura. Pubblicato solo nel 1526, il poema suscitò già tra i contemporanei aspre polemiche, non ultima quella di Erasmo da Rotterdam.

Sannazaro morì a Napoli, e venne sepolto, secondo le proprie volontà, nella chiesetta di Santa Maria del Parto a Mergellina, da lui stesso fatta edificare e ancora oggi visitabile, accanto alla villa donatagli da re Federico. Il monumento sepolcrale, decorato con statue di Apollo e Minerva realizzate dall'Ammannati, sarebbe stato descritto secoli dopo dal benedettino Bernard de Montfaucon nel suo Voyage en Italie.

La sua fama restò legata soprattutto all'Arcadia, opera che inventò per la letteratura moderna il mito della terra pastorale ideale, esercitando un profondo influsso su tutta la letteratura europea fino al pieno Seicento e dando il proprio nome alla celebre Accademia dell'Arcadia fondata a Roma il 5 ottobre 1690 da Giovanni Vincenzo Gravina e da Giovanni Mario Crescimbeni.


Frasi di Jacopo Sannazaro

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Intanto te ne inseriamo una qui come stuzzichino.

Ecco la notte, e 'l ciel tutto s'imbruna.


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