Biografia di Ortensio Lando

Ortensio Lando
Nazione: Italia    
Ortensio Lando nacque a Milano nel 1510 circa e morì a Napoli nel 1558 circa. Fu un umanista.

Secondo le fonti più accreditate, la sua nascita va collocata tra il 1510 e il 1512, figlio di Domenico, originario di Piacenza e forse discendente della nobile famiglia dei Landi, e di Caterina Castelletta, milanese; lo stesso Pietro Aretino, in una lettera del 1542, avrebbe elogiato "il sole della virtù che apparisce nei giorni della sua giovinezza", confermando indirettamente questa collocazione cronologica.

Data l'estrema scarsità di documentazione diretta sulla sua vita, gran parte di ciò che si conosce deriva dai numerosi accenni autobiografici disseminati nelle sue stesse opere, complicati peraltro dall'abitudine di firmarsi con una selva di pseudonimi diversi, tra cui Anonimo di Utopia, Filalete cittadino politopiense, Ortensio Tranquillo, Ortensio Appiano e Paolo Mascranico.

Ancora giovanissimo, nel 1523, entrò in un convento agostiniano assumendo il nome religioso di fra' Geremia, e da lì iniziò una serie di spostamenti che lo portarono a Padova, Genova, Siena e Napoli; a Milano aveva intanto studiato la lingua latina sotto la guida di Alessandro Minuziano e di Bernardino Negro, annoverando tra i propri maestri anche il celebre umanista Celio Rodigino, al secolo Ludovico Ricchieri, e Bernardino Donato da Verona.

Nel 1531 si trasferì nel convento bolognese di San Giacomo Maggiore, dove approfondì lo studio della teologia e conseguì, nello Studio bolognese, la laurea in medicina, professione che tuttavia non pare abbia mai esercitato con particolare successo o continuità, tanto da essere costretto per il resto della vita a procacciarsi da vivere con la sola penna.

Fu proprio a Bologna che si legò profondamente ad alcuni intellettuali di orientamento eterodosso e filoerasmiano, in particolare Giovanni Angelo Odoni, studioso di medicina, e Fileno Lunardi, identificato in modo problematico con l'eterodosso siciliano Camillo Renato, entrambi membri di un cenacolo riunito attorno al gentiluomo noto come Eusebio Renato, in stretto contatto con il riformatore di Strasburgo Martin Butzer.

Frequentò inoltre, sempre a Bologna, l'umanista Achille Bocchi e altri dotti come Romolo Amaseo, l'averroista Ludovico Boccadiferro, il patrizio Alessandro Manzoli e il grecista Bassiano Lando, tutti accomunati da un vivo interesse per Erasmo da Rotterdam e per le idee della Riforma, oltre che per la cosiddetta prisca theologia.

Forse nel 1531 si recò anche a Bellinzona insieme a Giulio da Milano, figura di primo piano dell'eterodossia italiana del tempo, mentre nel 1533 risulta attivo come lettore presso Sant'Agostino a Pavia. Dopo un soggiorno a Roma nel gennaio del 1534, una satira composta contro lo stesso Erasmo da Rotterdam lo costrinse a fuggire dall'Italia e dal proprio ordine religioso, portandolo a Lione verso la metà dello stesso anno, dove si firmò con il chiaro fine di occultare la propria identità con il nome di Ortensio Appiano.

Condusse per gli anni successivi, come del resto molti altri letterati del tempo, quali Girolamo Ruscelli, Giuseppe Betussi e Francesco Sansovino, un'esistenza errabonda e inquieta attraverso l'Italia settentrionale e meridionale, la Francia, la Germania e la Svizzera, al servizio di volta in volta di diversi protettori, prima di approdare stabilmente a Venezia, dove si affermò come uno dei più prolifici poligrafi al servizio della fiorente editoria lagunare, offrendo la propria opera di traduttore, compilatore e annotatore di testi classici ai grandi editori veneziani del tempo, tra cui Gabriel Giolito de' Ferrari e Andrea Arrivabene.

Fu proprio a Venezia che nel 1543 iniziò a frequentare l'ambiente dell'Accademia degli Ortolani di Piacenza, di cui pure faceva parte a distanza, entrando in contatto con Anton Francesco Doni, con il quale condivise gusti letterari, temperamento eterodosso e una comune passione per il registro paradossale e satirico; proprio Doni, nel 1548, pubblicò la traduzione italiana dell'Utopia di Tommaso Moro realizzata dallo stesso Lando, opera che avrebbe esercitato un'influenza diretta anche sulla produzione narrativa del Doni.

Con Doni e con Niccolò Franco, Lando può essere annoverato tra quella generazione di scrittori che, seguendo il modello offerto da Pietro Aretino, tentò di affrancarsi dal tradizionale ruolo subalterno del letterato cortigiano, ottenendo una relativa indipendenza economica proprio grazie al lavoro editoriale per la stampa veneziana.

Tra le sue opere più note e caratteristiche vanno ricordati i Paradossi, cioè sentenze fuori del comun parere, pubblicati nel 1544, testo brillante e provocatorio in cui l'autore sosteneva tesi capovolte rispetto al senso comune, genere che ebbe grande fortuna nella cultura europea del tempo; l'anno seguente, quasi a smentire se stesso con ulteriore gioco paradossale, diede alle stampe una Confutatione del libro de' paradossi.

Nel 1548 pubblicò le Lettere di molte valorose donne, raccolta di missive attribuite a nobildonne del tempo, nella quale, forte della propria frequentazione dei salotti letterari, mise in luce le doti intellettuali femminili, sostenendo che le diseguaglianze tra i sessi non fossero radicate in una diversa natura ma in convenzioni sociali oppressive; sullo stesso filone si colloca la raccolta di lettere di Lucrezia Gonzaga da Gazzuolo, data alle stampe nel 1552.

Nel 1550 pubblicò contemporaneamente sei nuovi libri, quattro dei quali di argomento prevalentemente religioso per l'editore Arrivabene e due di taglio più propriamente letterario per Giolito, tra cui La sferza de' scrittori antichi et moderni, firmata con lo pseudonimo di Anonimo d'Utopia e corredata dalla Brieve essortazione allo studio delle lettere, quest'ultima dedicata a Giovanni Pico.

Proprio in questo scritto, accanto alla Bibliotheca universalis del naturalista svizzero Conrad Gesner e alla Prima libraria dello stesso Doni, Lando offrì un singolare catalogo enciclopedico di circa quattrocentocinquanta autori, prevalentemente classici, spaziando da Aristotele fino agli scrittori a lui contemporanei.

Sempre nel 1550 pubblicò anche le Miscellaneae quaestiones e gli Oracoli de' moderni ingegni, raccolta di motti e sentenze arguti attribuiti a personaggi del proprio tempo. Compose inoltre i Quattro libri de dubbi, opera divisa in materia naturale, morale, amorosa e religiosa in cui, secondo un genere allora molto diffuso, poneva quesiti bizzarri accompagnati da altrettanto bizzarre soluzioni, e diede alle stampe alcune novelle di sapore boccaccesco, insieme al Commentario de le più notabili et mostruose cose d'Italia, parodia della letteratura di viaggio immaginaria sul modello di Luciano di Samosata.

Sul piano religioso Lando mostrò per tutta la vita una evidente simpatia per le idee della Riforma protestante e per il pensiero di Erasmo da Rotterdam, senza tuttavia aderire mai apertamente a un movimento eretico definito, mantenendo le proprie posizioni in un'ambigua e inquieta oscillazione tra ortodossia ed eterodossia, più segno di un'insofferenza personale verso ogni rigidità dogmatica che di una precisa scelta di campo.

Questa cautela gli permise di evitare, a differenza di altri intellettuali a lui vicini, le conseguenze più gravi della repressione posttridentina, sebbene le sue opere sarebbero state in seguito messe all'Indice dei libri proibiti. Le ultime notizie certe sulla sua vita risalgono alla metà degli anni Cinquanta del Cinquecento, e la sua morte viene generalmente collocata a Napoli attorno al 1558, sebbene, come per la nascita, anche la data e le circostanze della sua scomparsa restino avvolte da una persistente incertezza documentaria, coerente del resto con l'intera esistenza sfuggente e proteiforme di questo tra i più originali e bizzarri poligrafi del Cinquecento italiano.


Frasi di Ortensio Lando

Per ora abbiamo un totale di 1 frasi.
Ove necessario le abbiamo suddivise in pagine da 50 frasi ciascuna.
Intanto te ne inseriamo una qui come stuzzichino.

Chi è colui che ben vive? Colui che celatamente vive.


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