Biografia di Anton Francesco Doni

Anton Francesco Doni
Nazione: Italia    
Anton Francesco Doni nacque a Firenze il 16 maggio 1513 e morì a Monselice (PD) nel settembre 1574. Fu editore, traduttore e letterato.

Nacque in una famiglia di umili origini, figlio di un fabbricante di forbici. Fin da giovanissimo entrò nell'ambiente artistico e letterario fiorentino, tanto che già a diciassette anni, nel gennaio 1530, fu incaricato dallo scultore Baccio Bandinelli, di cui era ospite e che nel proprio Memoriale lo ricorda come un grande amico, di recarsi a Siena per consegnare alcune lettere importanti, episodio che testimonia la sua familiarità, fin da ragazzo, con il più qualificato ambiente artistico della città.

Nel 1535, senza avere alcuna reale vocazione religiosa, come del resto accadeva a molti letterati del suo tempo, prese i voti nell'Ordine dei Servi di Maria con il nome di fra' Valerio, risiedendo nel convento fiorentino della Santissima Annunziata; fu proprio questo dissidio tra un abito religioso indossato per necessità più che per convinzione e un temperamento irrequieto e insofferente a lasciare tracce profonde in tutta la sua opera successiva, segnata da una critica aperta e spesso feroce nei confronti della corruzione dei costumi ecclesiastici.

Nel 1540 abbandonò improvvisamente il convento fiorentino, in compagnia dello scultore Giovanni Angelo Montorsoli, e iniziò un lungo periodo di vita errabonda attraverso l'Italia, vestendo l'abito da prete secolare e soggiornando brevemente a Genova, Alessandria, Pavia e Milano.

Nel 1543 si stabilì a Piacenza, dove, pur senza grande entusiasmo e per volontà paterna, si dedicò per un certo tempo allo studio delle leggi; fu in questa città che entrò a far parte dell'Accademia degli Ortolani, cenacolo letterario dedito ai generi comico e giocoso, frequentato tra gli altri da Lodovico Domenichi, Girolamo Parabosco e Giuseppe Betussi e, a partire dal 1545, da Ortensio Lando: qui fu accolto con il nome accademico di Semenza, e divenne presto uno degli animatori principali.

Fu proprio in questo vivace ambiente piacentino che maturò la sua prima opera, Le lettere, pubblicata nel 1543 e più volte ampliata e ristampata negli anni successivi, in cui con tono arguto, malizioso e talvolta amaro mise in luce la decadenza dei costumi e la stoltezza di una società attenta soltanto alle apparenze.

Nel 1544 si trasferì a Venezia, città che sarebbe diventata la sede privilegiata della sua produzione letteraria ed editoriale, e dove già dal 1538 aveva intrattenuto per lettera un rapporto di stima con Pietro Aretino, di cui divenne amico intimo, insieme al letterato Lodovico Domenichi. Nella città lagunare Doni scrisse la maggior parte delle proprie opere, dando prova di una fecondità letteraria straordinaria e di un temperamento polemico e insofferente a ogni convenzione.

Fu tra i primi editori italiani a curare, nel 1548, la stampa dell'Utopia di Tommaso Moro nella traduzione dal latino di Ortensio Lando, opera che avrebbe influenzato direttamente il suo romanzo filosofico-satirico più noto, I mondi, pubblicato nel 1552, considerato tra i precursori della letteratura utopica e fantastico-fantascientifica italiana per la sua immagine di una società di uomini eguali, priva di moneta, di governo e perfino di famiglia.

Allo stesso 1552, insieme al 1553, risale anche I marmi, opera oggi ritenuta il suo capolavoro, i cui dialoghi si immaginano intrecciati nelle sere d'estate sulle scalinate marmoree del duomo di Firenze, dove Doni finge di essersi tramutato in un uccello libero di ascoltare le conversazioni di accademici pellegrini e fiorentini del proprio tempo, raccogliendo in un vero e proprio zibaldone novelle, stratagemmi e favole con vena moralistica e uno stile linguistico personalissimo, quasi espressionistico.

Sempre in quegli anni veneziani Doni si dedicò anche a un'intensa attività di bibliografo e critico letterario, pubblicando nel 1550 la prima Libraria e l'anno seguente la seconda, saggi dedicati rispettivamente alle opere volgari a stampa e a quelle manoscritte, considerati tra i primi tentativi di una storia della letteratura italiana, per quanto criticati in seguito da Foscolo per la capricciosità dell'autore.

Del 1551 è La zucca, zibaldone di proverbi, lettere e polemiche letterarie, mentre nel 1552 videro la luce anche i Pistolotti amorosi, raccolta di lettere sul tema del matrimonio dal tono violentemente antifemminista. Coltivò inoltre un vivo interesse per le arti figurative, testimoniato dal Disegno (1549), indirizzato proprio al Montorsoli, e in seguito dalle Pitture (1564), opere in cui affrontò il dibattito allora in corso sul primato tra le arti, celebrando in particolare la figura di Michelangelo Buonarroti, definito addirittura "uno Iddio".

Il temperamento polemico di Doni lo condusse tuttavia a rompere clamorosamente, e per ragioni mai del tutto chiarite, con i due amici più stretti, Pietro Aretino e Lodovico Domenichi: nel 1555, recatosi a Pesaro nella speranza di ottenere un impiego presso il duca Guidobaldo II della Rovere, vide la propria candidatura affossata proprio dalle manovre dell'Aretino, al quale Doni rispose con un libello infamante in cui, tra le altre cose, ne predisse la morte entro l'anno, previsione che si sarebbe poi puntualmente avverata.

Dopo questa rottura le notizie biografiche su Doni si fanno più incerte e frammentarie: tentò di avviare una tipografia ad Ancona, ma dal 1558 cessò quasi del tutto di pubblicare nuove opere, forse a causa di un'ingiunzione di papa Paolo IV che imponeva ai religiosi conventuali di fare ritorno ai propri monasteri. In questo periodo scrisse comunque una commedia in cinque atti, lo Stufaiolo, pubblicata solo postuma nel 1861 e debitrice, quanto a fonti, della Clizia e della Mandragola di Machiavelli oltre che dell'Assiuolo di Giovan Maria Cecchi.

Nel 1564 lasciò nuovamente Venezia e, dopo brevi soggiorni ad Ancona e a Ferrara, si ritirò infine a Monselice, presso Padova, dove trascorse gli ultimi anni della propria vita. Morì tra Monselice e Venezia nel 1574, senza lasciare documentazione certa sulle proprie ultime attività letterarie. Autore straordinariamente prolifico e figura emblematica della crisi del sistema umanistico rinascimentale, da cui non seppe mai realmente affrancarsi se non attraverso il registro giocoso e satirico, Doni resta oggi ricordato come uno dei più originali e stravaganti tra i poligrafi eterodossi attivi nella seconda metà del Cinquecento italiano.


Frasi di Anton Francesco Doni

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Intanto te ne inseriamo una qui come stuzzichino.

Nei morti sempre leggevo qualche cosa nuova e nei vivi udivo replicar mille volte mille cose vecchie.


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