Biografia di Guido Cavalcanti
Nazione: Italia
Guido Cavalcanti nacque a Firenze nel 1255 circa e morì sempre a Firenze il 29 agosto 1300. Fu filosofo, politico e poeta.
La data di nascita non è certa, e viene generalmente collocata tra il 1255 e il 1259. Figlio di Cavalcante dei Cavalcanti, esponente di una delle famiglie guelfe più potenti e ricche della città, le cui case sorgevano nel prestigioso quartiere di Orsanmichele, ebbe un'infanzia segnata fin da subito dalle turbolenze politiche del tempo.
Nel 1260, in seguito alla disastrosa sconfitta guelfa nella battaglia di Montaperti, il padre Cavalcante fu costretto all'esilio a Lucca, per poi riacquistare, sei anni più tardi, con la vittoria guelfa nella battaglia di Benevento del 1266, la posizione sociale e politica preminente che la famiglia aveva sempre occupato a Firenze.
A suggello di questa rinnovata fortuna familiare, e in un'ottica di riconciliazione tra le fazioni cittadine, nel 1267 il giovane Guido fu promesso in sposa a Bice, detta Beatrice, figlia di Farinata degli Uberti, il celebre condottiero ghibellino prozio del famoso Fazio; dal matrimonio nacquero i figli Tancia e Andrea.
Cresciuto in un ambiente di raffinata cultura, Cavalcanti si affermò presto come uomo di grande erudizione e come filosofo, tanto da essere considerato dai contemporanei l'animatore, e per certi aspetti il fondatore, di quel cenacolo di poeti toscani che sarebbe poi passato alla storia come il "dolce stil novo", corrente che, muovendo dal magistero del bolognese Guido Guinizzelli, trovò in Firenze la propria più alta espressione.
Uomo dal temperamento fiero, sdegnoso e incline alla solitaria meditazione filosofica, Cavalcanti restò celebre per un episodio narrato da Giovanni Boccaccio, che lo ritrae mentre schiva con un agile balzo l'assalto scherzoso di una brigata di giovani fiorentini a cavallo che intendeva importunarlo mentre passeggiava meditabondo tra le tombe di San Giovanni.
Lo stesso Boccaccio lo rese protagonista di una celebre novella del Decameron, contribuendo a diffonderne la fama di uomo scettico e quasi eretico, fama alimentata anche dalle posizioni filosofiche di stampo averroistico che emergono nella sua opera più impegnativa, la canzone dottrinale Donna me prega, nella quale l'amore viene descritto come un accidente puramente fisico e distruttivo, capace di sopraffare ogni facoltà razionale dell'uomo: una concezione dell'amore cupa e pessimistica, ben diversa dalla spiritualizzazione della donna-angelo che sarebbe stata poi teorizzata da altri stilnovisti, e che valse al padre Cavalcante, accusato di negare l'immortalità dell'anima, la collocazione da parte di Dante tra gli eretici epicurei nel decimo canto dell'Inferno.
Fu proprio con Dante Alighieri che Cavalcanti strinse il legame più significativo della propria vita, un'amicizia intellettuale e affettiva nata nel 1283, quando il giovane Dante inviò a tutti i principali rimatori fiorentini un sonetto anonimo, A ciascun'alma presa e gentil core, chiedendo di interpretare un proprio sogno enigmatico; tra le varie risposte ricevute, alcune canzonatorie, quella di Guido, il sonetto Vedeste al mio parere onne valore, inaugurò un sodalizio profondo, nel quale Cavalcanti rappresentò per il più giovane Dante una figura di maestro e di guida, definito nella Vita nova addirittura come il primo delli miei amici.
Dante lo avrebbe poi ricordato in più occasioni nella propria opera, dal sonetto delle Rime "Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io" fino ai celebri versi della Commedia, nell'Inferno e nel Purgatorio, riconoscendogli un'"altezza d'ingegno" e affermando che la sua gloria poetica aveva ormai "tolto" al primo Guido, cioè al Guinizzelli, il primato della lingua volgare.
Cavalcanti fu attivamente coinvolto nelle tumultuose vicende della Firenze di fine Duecento: nel 1280 il suo nome compare tra i firmatari dell'accordo di pace tra guelfi e ghibellini promosso dal cardinale Latino, e negli anni successivi, con la scissione dei guelfi fiorentini nelle due fazioni rivali dei Bianchi e dei Neri, si schierò con decisione tra le file dei guelfi bianchi, legato alla potente famiglia dei Cerchi, giungendo a un'aperta inimicizia con Corso Donati, capo della fazione dei Neri, che gli affibbiò per scherno l'appellativo ingiurioso di "cavicchia".
Proprio a causa di questa inimicizia rischiò di essere ucciso da Corso Donati durante un pellegrinaggio a Santiago di Compostela, un episodio, avvolto per molti versi nel mistero, che mal si concilia con la fama di pensatore scettico che i contemporanei gli attribuivano.
Quando nel giugno del 1300 gli scontri tra le due fazioni divennero ormai insostenibili per l'ordine cittadino, le autorità fiorentine decisero di esiliare i capi di entrambe le parti, tra cui lo stesso Cavalcanti: fu Dante Alighieri in persona, all'epoca priore della città, a trovarsi nella dolorosa posizione di dover firmare il decreto di esilio contro l'amico e maestro, che fu inviato a Sarzana, in Lunigiana, terra al tempo particolarmente insalubre, dove probabilmente contrasse la malaria.
Richiamato a Firenze già il 19 agosto dello stesso anno, Guido Cavalcanti vi morì pochi giorni dopo, lasciando un'opera poetica giunta fino a noi in appena cinquantadue componimenti, tra cui due canzoni, undici ballate e trentasei sonetti, sufficienti tuttavia a consacrarlo come una delle voci più originali e influenti della lirica italiana delle origini.
La data di nascita non è certa, e viene generalmente collocata tra il 1255 e il 1259. Figlio di Cavalcante dei Cavalcanti, esponente di una delle famiglie guelfe più potenti e ricche della città, le cui case sorgevano nel prestigioso quartiere di Orsanmichele, ebbe un'infanzia segnata fin da subito dalle turbolenze politiche del tempo.
Nel 1260, in seguito alla disastrosa sconfitta guelfa nella battaglia di Montaperti, il padre Cavalcante fu costretto all'esilio a Lucca, per poi riacquistare, sei anni più tardi, con la vittoria guelfa nella battaglia di Benevento del 1266, la posizione sociale e politica preminente che la famiglia aveva sempre occupato a Firenze.
A suggello di questa rinnovata fortuna familiare, e in un'ottica di riconciliazione tra le fazioni cittadine, nel 1267 il giovane Guido fu promesso in sposa a Bice, detta Beatrice, figlia di Farinata degli Uberti, il celebre condottiero ghibellino prozio del famoso Fazio; dal matrimonio nacquero i figli Tancia e Andrea.
Cresciuto in un ambiente di raffinata cultura, Cavalcanti si affermò presto come uomo di grande erudizione e come filosofo, tanto da essere considerato dai contemporanei l'animatore, e per certi aspetti il fondatore, di quel cenacolo di poeti toscani che sarebbe poi passato alla storia come il "dolce stil novo", corrente che, muovendo dal magistero del bolognese Guido Guinizzelli, trovò in Firenze la propria più alta espressione.
Uomo dal temperamento fiero, sdegnoso e incline alla solitaria meditazione filosofica, Cavalcanti restò celebre per un episodio narrato da Giovanni Boccaccio, che lo ritrae mentre schiva con un agile balzo l'assalto scherzoso di una brigata di giovani fiorentini a cavallo che intendeva importunarlo mentre passeggiava meditabondo tra le tombe di San Giovanni.
Lo stesso Boccaccio lo rese protagonista di una celebre novella del Decameron, contribuendo a diffonderne la fama di uomo scettico e quasi eretico, fama alimentata anche dalle posizioni filosofiche di stampo averroistico che emergono nella sua opera più impegnativa, la canzone dottrinale Donna me prega, nella quale l'amore viene descritto come un accidente puramente fisico e distruttivo, capace di sopraffare ogni facoltà razionale dell'uomo: una concezione dell'amore cupa e pessimistica, ben diversa dalla spiritualizzazione della donna-angelo che sarebbe stata poi teorizzata da altri stilnovisti, e che valse al padre Cavalcante, accusato di negare l'immortalità dell'anima, la collocazione da parte di Dante tra gli eretici epicurei nel decimo canto dell'Inferno.
Fu proprio con Dante Alighieri che Cavalcanti strinse il legame più significativo della propria vita, un'amicizia intellettuale e affettiva nata nel 1283, quando il giovane Dante inviò a tutti i principali rimatori fiorentini un sonetto anonimo, A ciascun'alma presa e gentil core, chiedendo di interpretare un proprio sogno enigmatico; tra le varie risposte ricevute, alcune canzonatorie, quella di Guido, il sonetto Vedeste al mio parere onne valore, inaugurò un sodalizio profondo, nel quale Cavalcanti rappresentò per il più giovane Dante una figura di maestro e di guida, definito nella Vita nova addirittura come il primo delli miei amici.
Dante lo avrebbe poi ricordato in più occasioni nella propria opera, dal sonetto delle Rime "Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io" fino ai celebri versi della Commedia, nell'Inferno e nel Purgatorio, riconoscendogli un'"altezza d'ingegno" e affermando che la sua gloria poetica aveva ormai "tolto" al primo Guido, cioè al Guinizzelli, il primato della lingua volgare.
Cavalcanti fu attivamente coinvolto nelle tumultuose vicende della Firenze di fine Duecento: nel 1280 il suo nome compare tra i firmatari dell'accordo di pace tra guelfi e ghibellini promosso dal cardinale Latino, e negli anni successivi, con la scissione dei guelfi fiorentini nelle due fazioni rivali dei Bianchi e dei Neri, si schierò con decisione tra le file dei guelfi bianchi, legato alla potente famiglia dei Cerchi, giungendo a un'aperta inimicizia con Corso Donati, capo della fazione dei Neri, che gli affibbiò per scherno l'appellativo ingiurioso di "cavicchia".
Proprio a causa di questa inimicizia rischiò di essere ucciso da Corso Donati durante un pellegrinaggio a Santiago di Compostela, un episodio, avvolto per molti versi nel mistero, che mal si concilia con la fama di pensatore scettico che i contemporanei gli attribuivano.
Quando nel giugno del 1300 gli scontri tra le due fazioni divennero ormai insostenibili per l'ordine cittadino, le autorità fiorentine decisero di esiliare i capi di entrambe le parti, tra cui lo stesso Cavalcanti: fu Dante Alighieri in persona, all'epoca priore della città, a trovarsi nella dolorosa posizione di dover firmare il decreto di esilio contro l'amico e maestro, che fu inviato a Sarzana, in Lunigiana, terra al tempo particolarmente insalubre, dove probabilmente contrasse la malaria.
Richiamato a Firenze già il 19 agosto dello stesso anno, Guido Cavalcanti vi morì pochi giorni dopo, lasciando un'opera poetica giunta fino a noi in appena cinquantadue componimenti, tra cui due canzoni, undici ballate e trentasei sonetti, sufficienti tuttavia a consacrarlo come una delle voci più originali e influenti della lirica italiana delle origini.
Frasi di Guido Cavalcanti
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Ove necessario le abbiamo suddivise in pagine da 50 frasi ciascuna.
Intanto te ne inseriamo una qui come stuzzichino.
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Voi che per li occhi mi passaste 'l core
e destaste la mente che dormia.
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