Biografia di Pietro Verri
Nazione: Italia
Pietro Verri nacque a Milano il 12 dicembre 1728 e morì sempre a Milano il 28 giugno 1797. Fu filosofo, economista, storico e scrittore.
Era il primogenito del conte Gabriele Verri, magistrato di rango che ricoprì cariche di rilievo nell'amministrazione dello Stato di Milano, e di Barbara Dati della Somaglia. La famiglia apparteneva al patriziato milanese e il padre, severo e autoritario, impose ai figli un'educazione rigida.
Pietro frequentò il collegio dei gesuiti di Sant'Alessandro, dove lo studio fu segnato da un metodo scolastico che egli stesso, più tardi, ricordò con insofferenza, e proseguì poi la formazione a Roma, al Collegio Clementino, e infine a Pavia. Il rapporto con il padre fu sempre difficile e contribuì a formare il suo carattere sensibile, irrequieto e incline alla malinconia, mentre fin da giovane maturò una forte passione per la lettura e per la filosofia.
Nel 1750 Pietro iniziò a muoversi nell'ambiente intellettuale milanese, frequentando amici con i quali condivideva l'interesse per le idee nuove che arrivavano dalla Francia e dall'Inghilterra. Nel 1759 si trasferì a Vienna, dove entrò in contatto con l'ambiente della corte asburgica e dove conobbe da vicino la macchina amministrativa dell'impero.
Fu un periodo importante per la sua formazione politica: ebbe modo di osservare le riforme che il governo viennese stava tentando e di riflettere sul rapporto tra economia e Stato. Tornato a Milano, si dedicò con sempre maggiore impegno allo studio dell'economia e cominciò a delineare le idee che avrebbero guidato tutta la sua attività.
Nel 1761 diede vita, insieme al fratello Alessandro, a Cesare Beccaria e ad altri amici, all'Accademia dei Pugni, un circolo che si riuniva in casa Verri e che rappresentò uno dei principali centri dell'Illuminismo italiano. Il nome scherzoso alludeva alla vivacità, talvolta violenta, delle discussioni tra i partecipanti, che mettevano in discussione le istituzioni tradizionali e i costumi dell'epoca.
Tra i frequentatori vi furono Alfonso Longo, Giambattista Biffi e Luigi Lambertenghi. Pietro fu la guida intellettuale del gruppo e spinse Cesare Beccaria a scrivere quello che sarebbe diventato il celebre trattato Dei delitti e delle pene, pubblicato nel 1764 e ispirato in buona parte alle discussioni condotte nel circolo.
Dal 1764 al 1766 fu l'anima del periodico Il Caffè, che prese il nome dal luogo in cui si ritrovavano per discutere e che pubblicò articoli di argomento scientifico, economico, letterario e morale, scritti con uno stile volutamente chiaro e lontano dal formalismo accademico. La rivista ebbe vita breve, ma lasciò un segno profondo nella cultura italiana, diffondendo il pensiero dei lumi e polemizzando contro il pedantismo e la retorica.
Intanto Verri aveva pubblicato nel 1763 le Meditazioni sulla felicità, in cui affrontava il tema del piacere e del dolore, e nel 1769 diede alle stampe le Meditazioni sull'economia politica, opera che lo rese noto anche fuori dall'Italia.
L'attività pubblica di Verri si intensificò quando, grazie alla stima del governo asburgico, entrò nell'amministrazione dello Stato di Milano. Nel 1764 fu nominato consigliere della Giunta per la riforma della Ferma generale, il sistema di appalto delle imposte che egli giudicava dannoso, e nel 1765 divenne membro del Supremo Consiglio di Economia.
Si batté per la liberalizzazione del commercio dei grani, per la riduzione dei privilegi fiscali e per la modernizzazione dell'apparato statale, collaborando con i ministri di Maria Teresa, tra cui il conte Carlo Firmian e il principe Kaunitz. Nel 1771 divenne vicepresidente del Consiglio di Economia e fu tra i protagonisti della soppressione della Ferma, che avvenne nel 1770.
Gli anni successivi furono segnati da contrasti crescenti con alcuni ambienti di governo e con l'aristocrazia milanese. Con l'ascesa al trono di Giuseppe II, e con le tensioni che ne seguirono, la sua posizione si indebolì. Nel 1780 fu messo da parte e privato di molti incarichi, anche se continuò a collaborare in modo più discreto con le autorità. La delusione per il mancato riconoscimento dei suoi meriti si accompagnò a una crescente amarezza, ma non attenuò il suo impegno intellettuale.
In quel periodo scrisse la Storia di Milano, pubblicata in più parti tra il 1783 e il 1798, un'opera di grande respiro che ripercorreva le vicende della città fino all'età moderna con uno sguardo critico alle istituzioni. Compose anche le Osservazioni sulla tortura, scritte nel 1777 ma pubblicate postume nel 1804, in cui condannava l'uso della tortura giudiziaria prendendo spunto dal caso degli untori della peste del 1630.
Il testo ebbe un forte influsso sul pensiero del nipote Alessandro Manzoni, il quale, pur non essendo suo parente diretto, fu legato alla famiglia Verri dal fatto che sua madre, Giulia Beccaria, era figlia di Cesare e nata da un ambiente a loro vicino, e si ispirò alle idee di Pietro per la Storia della colonna infame.
Negli ultimi anni Verri visse la stagione tumultuosa della Rivoluzione francese e dell'arrivo dei francesi in Lombardia. Nel 1796, con l'ingresso di Napoleone a Milano, fu chiamato a far parte della municipalità cittadina e partecipò alla vita politica con spirito moderato, manifestando prudenza nei confronti dei cambiamenti radicali. Morì a Milano poco dopo aver preso parte a una seduta della municipalità, della quale era membro insieme a Parini, lasciando un segno importante come uno dei più autorevoli rappresentanti dell'Illuminismo lombardo.
Era il primogenito del conte Gabriele Verri, magistrato di rango che ricoprì cariche di rilievo nell'amministrazione dello Stato di Milano, e di Barbara Dati della Somaglia. La famiglia apparteneva al patriziato milanese e il padre, severo e autoritario, impose ai figli un'educazione rigida.
Pietro frequentò il collegio dei gesuiti di Sant'Alessandro, dove lo studio fu segnato da un metodo scolastico che egli stesso, più tardi, ricordò con insofferenza, e proseguì poi la formazione a Roma, al Collegio Clementino, e infine a Pavia. Il rapporto con il padre fu sempre difficile e contribuì a formare il suo carattere sensibile, irrequieto e incline alla malinconia, mentre fin da giovane maturò una forte passione per la lettura e per la filosofia.
Nel 1750 Pietro iniziò a muoversi nell'ambiente intellettuale milanese, frequentando amici con i quali condivideva l'interesse per le idee nuove che arrivavano dalla Francia e dall'Inghilterra. Nel 1759 si trasferì a Vienna, dove entrò in contatto con l'ambiente della corte asburgica e dove conobbe da vicino la macchina amministrativa dell'impero.
Fu un periodo importante per la sua formazione politica: ebbe modo di osservare le riforme che il governo viennese stava tentando e di riflettere sul rapporto tra economia e Stato. Tornato a Milano, si dedicò con sempre maggiore impegno allo studio dell'economia e cominciò a delineare le idee che avrebbero guidato tutta la sua attività.
Nel 1761 diede vita, insieme al fratello Alessandro, a Cesare Beccaria e ad altri amici, all'Accademia dei Pugni, un circolo che si riuniva in casa Verri e che rappresentò uno dei principali centri dell'Illuminismo italiano. Il nome scherzoso alludeva alla vivacità, talvolta violenta, delle discussioni tra i partecipanti, che mettevano in discussione le istituzioni tradizionali e i costumi dell'epoca.
Tra i frequentatori vi furono Alfonso Longo, Giambattista Biffi e Luigi Lambertenghi. Pietro fu la guida intellettuale del gruppo e spinse Cesare Beccaria a scrivere quello che sarebbe diventato il celebre trattato Dei delitti e delle pene, pubblicato nel 1764 e ispirato in buona parte alle discussioni condotte nel circolo.
Dal 1764 al 1766 fu l'anima del periodico Il Caffè, che prese il nome dal luogo in cui si ritrovavano per discutere e che pubblicò articoli di argomento scientifico, economico, letterario e morale, scritti con uno stile volutamente chiaro e lontano dal formalismo accademico. La rivista ebbe vita breve, ma lasciò un segno profondo nella cultura italiana, diffondendo il pensiero dei lumi e polemizzando contro il pedantismo e la retorica.
Intanto Verri aveva pubblicato nel 1763 le Meditazioni sulla felicità, in cui affrontava il tema del piacere e del dolore, e nel 1769 diede alle stampe le Meditazioni sull'economia politica, opera che lo rese noto anche fuori dall'Italia.
L'attività pubblica di Verri si intensificò quando, grazie alla stima del governo asburgico, entrò nell'amministrazione dello Stato di Milano. Nel 1764 fu nominato consigliere della Giunta per la riforma della Ferma generale, il sistema di appalto delle imposte che egli giudicava dannoso, e nel 1765 divenne membro del Supremo Consiglio di Economia.
Si batté per la liberalizzazione del commercio dei grani, per la riduzione dei privilegi fiscali e per la modernizzazione dell'apparato statale, collaborando con i ministri di Maria Teresa, tra cui il conte Carlo Firmian e il principe Kaunitz. Nel 1771 divenne vicepresidente del Consiglio di Economia e fu tra i protagonisti della soppressione della Ferma, che avvenne nel 1770.
Gli anni successivi furono segnati da contrasti crescenti con alcuni ambienti di governo e con l'aristocrazia milanese. Con l'ascesa al trono di Giuseppe II, e con le tensioni che ne seguirono, la sua posizione si indebolì. Nel 1780 fu messo da parte e privato di molti incarichi, anche se continuò a collaborare in modo più discreto con le autorità. La delusione per il mancato riconoscimento dei suoi meriti si accompagnò a una crescente amarezza, ma non attenuò il suo impegno intellettuale.
In quel periodo scrisse la Storia di Milano, pubblicata in più parti tra il 1783 e il 1798, un'opera di grande respiro che ripercorreva le vicende della città fino all'età moderna con uno sguardo critico alle istituzioni. Compose anche le Osservazioni sulla tortura, scritte nel 1777 ma pubblicate postume nel 1804, in cui condannava l'uso della tortura giudiziaria prendendo spunto dal caso degli untori della peste del 1630.
Il testo ebbe un forte influsso sul pensiero del nipote Alessandro Manzoni, il quale, pur non essendo suo parente diretto, fu legato alla famiglia Verri dal fatto che sua madre, Giulia Beccaria, era figlia di Cesare e nata da un ambiente a loro vicino, e si ispirò alle idee di Pietro per la Storia della colonna infame.
Negli ultimi anni Verri visse la stagione tumultuosa della Rivoluzione francese e dell'arrivo dei francesi in Lombardia. Nel 1796, con l'ingresso di Napoleone a Milano, fu chiamato a far parte della municipalità cittadina e partecipò alla vita politica con spirito moderato, manifestando prudenza nei confronti dei cambiamenti radicali. Morì a Milano poco dopo aver preso parte a una seduta della municipalità, della quale era membro insieme a Parini, lasciando un segno importante come uno dei più autorevoli rappresentanti dell'Illuminismo lombardo.
Frasi di Pietro Verri
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Milano è un paese dove chi ha testa cerca di comandare o se ne va.
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