Biografia di Dino Campana
Nazione: Italia
Dino Carlo Giuseppe Campana nacque a Marradi (FI) il 20 agosto 1885 e morì a Scandicci (FI) il giorno 1 marzo 1932. Fu un poeta.
Era figlio di Giovanni Campana, maestro elementare poi direttore didattico, descritto come uomo mite e remissivo, e di Francesca Luti, detta Fanny, donna severa, molto religiosa, affetta da disturbi nervosi e morbosamente legata al primogenito.
Il carattere irrequieto del piccolo Dino trovò poco spazio e comprensione nell'ambiente familiare. Frequentò le scuole elementari a Marradi e poi il ginnasio e il liceo a Faenza, dove emersero precocemente la sua inclinazione letteraria e i primi segni di squilibrio nervoso, tanto che intorno ai quindici anni gli vennero diagnosticati disturbi psichici.
Si diplomò nel 1903 a Carmagnola, presso il Regio Liceo Baldessano, mostrando notevoli capacità in latino e greco, ma con un temperamento già segnato da inquietudine e conflitto con l'autorità.
Nello stesso periodo iniziò a scrivere le prime prove poetiche e ad avvertire la provincia come una gabbia soffocante, maturando il desiderio di fuga che sarebbe poi diventato una costante della sua vita errabonda.
Iscrittosi a Chimica farmaceutica all'Università di Bologna nel 1903, abbandonò ben presto gli studi regolari alternando brevi periodi universitari a lunghe assenze, e nel 1905 passò alla facoltà di Chimica a Firenze, per poi tornare ancora a Bologna senza mai concludere il percorso accademico, incapace di adeguarsi alla disciplina e sempre più attratto dai viaggi e dall'esperienza diretta.
Nel settembre 1905 venne internato per la prima volta nel manicomio di Imola, da cui tentò quasi subito la fuga cercando di raggiungere la Svizzera e poi la Francia; arrestato a Bardonecchia, fu ricondotto a Imola e vi rimase fino al 1907, quando la famiglia ottenne le sue dimissioni, ma la diagnosi di malattia mentale lo avrebbe inseguito per tutta la vita, diventando parte integrante del mito del poeta folle.
Tra il 1903 e il 1912 intraprese numerosi viaggi in Italia ed Europa, in condizioni di grande povertà: fu a Genova, Torino, Firenze, ma anche in Svizzera, in Belgio, in Francia, e probabilmente fino in Sud America, dove in Argentina e Uruguay lavorò saltuariamente come bracciante, manovale, pompiere, perfino pianista da bordello e suonatore di triangolo, trasformando la sua irrequietezza in un'esperienza di marginalità radicale.
Dopo anni di vagabondaggio, tra il 1912 e il 1913 visse un periodo relativamente più stabile tra Marradi e Firenze, in cui avvertì con urgenza la necessità di ordinare la propria esperienza in un'opera poetica coerente; tra le montagne della valle del Lamone organizzò i primi nuclei di quello che diventerà il suo unico libro, inizialmente intitolato Il più lungo giorno.
Nel 1913 giunse a Firenze e si presentò alla redazione della rivista Lacerba, diretta da Giovanni Papini e Ardengo Soffici, a cui consegnò il manoscritto chiedendo un parere e sperando in una pubblicazione: il testo, però, andò smarrito, o almeno così Campana credette, provocando in lui una reazione violenta e costringendolo a riscrivere a memoria l'intera opera (il manoscritto fu poi ritrovato nel 1971, quasi sessanta anni dopo, a casa di Soffici a Poggio a Caiano).
Da questa riscrittura nacquero i Canti Orfici, che riuscì a pubblicare a proprie spese nel 1914 presso il tipografo Ravagli di Marradi, curando direttamente l'impaginazione e vendendo le copie per le strade e nei caffè, in una sorta di autopromozione disperata ma orgogliosa.
I Canti Orfici, raccolta ibrida di prose e versi, tesa tra allucinazione visionaria, paesaggi notturni, città moderne e memorie di viaggio, passarono quasi inosservati al momento dell'uscita, ma nel 1915 una recensione di Renato Fondi sul Fanfulla della domenica ridiede a Campana "il senso della realtà", spingendolo a viaggiare ancora fra Torino, Domodossola e Firenze in cerca di riconoscimento e di lavoro occasionale.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale cercò di arruolarsi volontario, ma fu riformato e poi nuovamente respinto a causa dei problemi psichici, mentre la sua vita oscillava fra brevi impieghi e nuove peregrinazioni, fino a toccare ancora l'Argentina, dove lavorò come bracciante e manovale. Tornato in Italia, visse a Firenze e, nel 1916, ebbe la celebre e tumultuosa relazione con la scrittrice Sibilla Aleramo, storia d'amore intensa e distruttiva che segnò profondamente entrambi e che lei rielaborò nel diario Un uomo felice; la loro passione, fatta di slanci e rotture, aggravò l'instabilità emotiva di Campana, già provato dalla miseria e dalla solitudine.
Nel 1918 la situazione psicologica peggiorò ulteriormente e nel 1919 il poeta fu internato nel manicomio di Castel Pulci, presso Scandicci, dove trascorse gli ultimi tredici anni della sua vita in stato di progressivo degrado fisico e mentale, lontano dai centri letterari e quasi dimenticato dal pubblico, mentre solo pochi amici e studiosi continuavano a ricordarsi di lui. In manicomio scrisse ancora qualche lettera e sporadici testi, ma non riuscì più a comporre un'opera organica, mentre i Canti Orfici cominciavano lentamente a circolare negli ambienti d'avanguardia come testimonianza estrema di poesia visionaria novecentesca.
Dino Campana morì nel 1932 nel manicomio di Castel Pulci, a soli quarantasei anni, probabilmente per una setticemia conseguente a una malattia non curata, lasciando un unico libro che, riscoperto nel dopoguerra, lo avrebbe consegnato alla storia come uno dei poeti più originali e tragici del Novecento italiano, simbolo di un destino artistico consumato fra follia, marginalità e ricerca ostinata di una voce assoluta.
Era figlio di Giovanni Campana, maestro elementare poi direttore didattico, descritto come uomo mite e remissivo, e di Francesca Luti, detta Fanny, donna severa, molto religiosa, affetta da disturbi nervosi e morbosamente legata al primogenito.
Il carattere irrequieto del piccolo Dino trovò poco spazio e comprensione nell'ambiente familiare. Frequentò le scuole elementari a Marradi e poi il ginnasio e il liceo a Faenza, dove emersero precocemente la sua inclinazione letteraria e i primi segni di squilibrio nervoso, tanto che intorno ai quindici anni gli vennero diagnosticati disturbi psichici.
Si diplomò nel 1903 a Carmagnola, presso il Regio Liceo Baldessano, mostrando notevoli capacità in latino e greco, ma con un temperamento già segnato da inquietudine e conflitto con l'autorità.
Nello stesso periodo iniziò a scrivere le prime prove poetiche e ad avvertire la provincia come una gabbia soffocante, maturando il desiderio di fuga che sarebbe poi diventato una costante della sua vita errabonda.
Iscrittosi a Chimica farmaceutica all'Università di Bologna nel 1903, abbandonò ben presto gli studi regolari alternando brevi periodi universitari a lunghe assenze, e nel 1905 passò alla facoltà di Chimica a Firenze, per poi tornare ancora a Bologna senza mai concludere il percorso accademico, incapace di adeguarsi alla disciplina e sempre più attratto dai viaggi e dall'esperienza diretta.
Nel settembre 1905 venne internato per la prima volta nel manicomio di Imola, da cui tentò quasi subito la fuga cercando di raggiungere la Svizzera e poi la Francia; arrestato a Bardonecchia, fu ricondotto a Imola e vi rimase fino al 1907, quando la famiglia ottenne le sue dimissioni, ma la diagnosi di malattia mentale lo avrebbe inseguito per tutta la vita, diventando parte integrante del mito del poeta folle.
Tra il 1903 e il 1912 intraprese numerosi viaggi in Italia ed Europa, in condizioni di grande povertà: fu a Genova, Torino, Firenze, ma anche in Svizzera, in Belgio, in Francia, e probabilmente fino in Sud America, dove in Argentina e Uruguay lavorò saltuariamente come bracciante, manovale, pompiere, perfino pianista da bordello e suonatore di triangolo, trasformando la sua irrequietezza in un'esperienza di marginalità radicale.
Dopo anni di vagabondaggio, tra il 1912 e il 1913 visse un periodo relativamente più stabile tra Marradi e Firenze, in cui avvertì con urgenza la necessità di ordinare la propria esperienza in un'opera poetica coerente; tra le montagne della valle del Lamone organizzò i primi nuclei di quello che diventerà il suo unico libro, inizialmente intitolato Il più lungo giorno.
Nel 1913 giunse a Firenze e si presentò alla redazione della rivista Lacerba, diretta da Giovanni Papini e Ardengo Soffici, a cui consegnò il manoscritto chiedendo un parere e sperando in una pubblicazione: il testo, però, andò smarrito, o almeno così Campana credette, provocando in lui una reazione violenta e costringendolo a riscrivere a memoria l'intera opera (il manoscritto fu poi ritrovato nel 1971, quasi sessanta anni dopo, a casa di Soffici a Poggio a Caiano).
Da questa riscrittura nacquero i Canti Orfici, che riuscì a pubblicare a proprie spese nel 1914 presso il tipografo Ravagli di Marradi, curando direttamente l'impaginazione e vendendo le copie per le strade e nei caffè, in una sorta di autopromozione disperata ma orgogliosa.
I Canti Orfici, raccolta ibrida di prose e versi, tesa tra allucinazione visionaria, paesaggi notturni, città moderne e memorie di viaggio, passarono quasi inosservati al momento dell'uscita, ma nel 1915 una recensione di Renato Fondi sul Fanfulla della domenica ridiede a Campana "il senso della realtà", spingendolo a viaggiare ancora fra Torino, Domodossola e Firenze in cerca di riconoscimento e di lavoro occasionale.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale cercò di arruolarsi volontario, ma fu riformato e poi nuovamente respinto a causa dei problemi psichici, mentre la sua vita oscillava fra brevi impieghi e nuove peregrinazioni, fino a toccare ancora l'Argentina, dove lavorò come bracciante e manovale. Tornato in Italia, visse a Firenze e, nel 1916, ebbe la celebre e tumultuosa relazione con la scrittrice Sibilla Aleramo, storia d'amore intensa e distruttiva che segnò profondamente entrambi e che lei rielaborò nel diario Un uomo felice; la loro passione, fatta di slanci e rotture, aggravò l'instabilità emotiva di Campana, già provato dalla miseria e dalla solitudine.
Nel 1918 la situazione psicologica peggiorò ulteriormente e nel 1919 il poeta fu internato nel manicomio di Castel Pulci, presso Scandicci, dove trascorse gli ultimi tredici anni della sua vita in stato di progressivo degrado fisico e mentale, lontano dai centri letterari e quasi dimenticato dal pubblico, mentre solo pochi amici e studiosi continuavano a ricordarsi di lui. In manicomio scrisse ancora qualche lettera e sporadici testi, ma non riuscì più a comporre un'opera organica, mentre i Canti Orfici cominciavano lentamente a circolare negli ambienti d'avanguardia come testimonianza estrema di poesia visionaria novecentesca.
Dino Campana morì nel 1932 nel manicomio di Castel Pulci, a soli quarantasei anni, probabilmente per una setticemia conseguente a una malattia non curata, lasciando un unico libro che, riscoperto nel dopoguerra, lo avrebbe consegnato alla storia come uno dei poeti più originali e tragici del Novecento italiano, simbolo di un destino artistico consumato fra follia, marginalità e ricerca ostinata di una voce assoluta.
Frasi di Dino Campana
Per ora abbiamo un totale di 1 frasi.
Ove necessario le abbiamo suddivise in pagine da 50 frasi ciascuna.
Intanto te ne inseriamo una qui come stuzzichino.
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Ad amare una ragazza bella tutti sono capaci.
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