Biografia di Giovanni Amendola
Nazione: Italia
Giovanni Battista Amendola nacque a Napoli il 15 aprile 1882 e morì a Cannes, Francia il 7 aprile 1926. Fu politico e giornalista.
La sua famiglia era originaria di Sarno, in provincia di Salerno. Il padre Pietro era carabiniere e, a causa del suo lavoro, dovette frequentemente cambiare residenza: quando Giovanni aveva appena due anni la famiglia si trasferì in Toscana e poi a Roma. Fu dunque nella capitale che trascorse l'adolescenza, e già in quegli anni precoci emerse in lui una vivacità intellettuale e politica del tutto fuori dal comune.
Aveva soltanto quindici anni quando si unì alla Gioventù Socialista e subì il primo arresto per motivi politici: in seguito ai moti popolari di Milano del 1898, il governo impose lo scioglimento di molte sedi socialiste in tutta Italia, e il ragazzo venne arrestato per aver opposto resistenza alla chiusura della sede romana.
Nello stesso anno, 1898, entrò come apprendista al quotidiano politico del Partito Radicale Italiano La Capitale, e qui scoprì altri interessi oltre alla politica: esoterismo e teosofia. Finì con l'aderire al ramo capitolino della Loggia della Società Teosofica fondata da Madame Blavatski, per lasciarla quando ne comprese l'orientamento tutt'altro che scientifico.
Nel frattempo, però, le sue frequentazioni gli valsero l'introduzione in una dimensione cosmopolita e multiculturale, e il giovane Amendola coltivò rapporti e relazioni di respiro europeo. Scoprì anche il mondo della massoneria romana, che abbandonò poco dopo, e in seguito ad un lungo girovagare per l'Europa si stabilì con la famiglia a Firenze, dove fu chiamato a dirigere la Biblioteca filosofica.
In quegli anni fiorentini si definì la sua vocazione filosofica e giornalistica. Libero docente di filosofia nel 1913, collaborò con il Leonardo e poi con La Voce di Giuseppe Prezzolini e Giuseppe Papini, e fondò e diresse insieme a quest'ultimo la rivista L'Anima nel 1911. Nello stesso anno, finalmente, si laureò in filosofia con una tesi su Kant. La sua posizione filosofica, maturata in quegli anni intensi, può caratterizzarsi come una forma di volontarismo etico, come testimoniato dalle opere di quel periodo: La volontà è il bene. Etica e religione (1911) e Etica e biografia (1915).
Ormai pienamente coinvolto nell'agone politico, abbandonò completamente il miraggio di una carriera accademica per lavorare alla redazione romana del Corriere della Sera, trasferendosi nuovamente nella capitale. Fu un legame decisivo: influenzato dal noto direttore del giornale Luigi Albertini, simpatizzò per il Partito Liberale, e con Albertini costruì un rapporto di profonda stima e amicizia destinato a durare nel tempo. Nel frattempo conobbe Eva Kühn, intellettuale ebrea di origine lituana, che sarebbe diventata sua moglie e dalla quale avrebbe avuto i figli Antonio, Giorgio e Pietro.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale non ebbe dubbi: partecipò attivamente alla campagna interventista attraverso i Gruppi nazionali-liberali da lui fondati, poi imbracciò il fucile e combatté sull'Isonzo, guadagnando una medaglia di bronzo al valor militare.
Durante gli anni della guerra combatté costantemente gli ex neutralisti e il pacifismo dei socialisti, criticando al tempo stesso quella che giudicava la chiusura del governo nei confronti del parlamento e del paese, la diplomazia segreta di Sonnino e il suo espansionismo adriatico. Fu uno dei promotori del Comitato italiano per l'intesa fra i popoli oppressi dall'Austria, che portò, nell'aprile del 1918, al Patto di Roma.
Finita la guerra, tornò all'attività giornalistica come corrispondente del Corriere della Sera e del New York Herald. Eletto deputato nel 1919 per il collegio di Salerno, fu sottosegretario alle Finanze con Nitti nel 1920 e ministro per le Colonie nei due gabinetti Facta nel 1922.
In quegli stessi anni prese forma il suo strumento di battaglia più efficace: il primo numero del quotidiano Il Mondo uscì il 26 gennaio 1922, fondato da Amendola insieme a Giovanni Ciraolo e ad Andrea Torre, con l'obiettivo di mantenere compatto il ceto politico liberale e contrastare il montante fascismo.
Nelle giornate dell'ottobre 1922, mentre le squadre fasciste marciavano su Roma, Amendola fu tra i pochissimi che chiese inutilmente al Re di proclamare lo stato d'assedio e bloccare l'avanzata delle milizie. Divenuto con Luigi Albertini e i gruppi demo-liberali uno dei capi dell'opposizione costituzionale in Parlamento e, fuori di esso, dalle colonne de Il Mondo, fu uno dei pilastri dell'Aventino.
Nel settembre 1923, dopo ripetute minacce, venne aggredito e bastonato a Roma da una squadra fascista. L'attacco fisico non lo piegò: nell'aprile 1924 fondò l'"Unione Nazionale delle forze liberali e democratiche", e nell'aprile 1925 si fece iniziatore presso Benedetto Croce, in risposta al manifesto di Giovanni Gentile, del "Manifesto degli intellettuali antifascisti", che fu pubblicato su Il Mondo del 10 maggio.
Ma il regime si stava facendo sempre più spietato. Il 20 luglio 1925, mentre si trovava a Pieve di Nievole per un soggiorno termale, venne aggredito da un commando squadrista composto da una quindicina di camicie nere armate di spranghe e bastoni. Sopravvisse, ma le sue condizioni erano gravi: aveva tentato di proteggersi la testa dai colpi, lasciando però indifesa la schiena sulla quale si erano accaniti gli aggressori.
L'indebolimento fisico e lo shock post-traumatico peggiorarono nei mesi successivi le sue condizioni di salute, tanto che a fine anno, essendogli stato rilevato un ematoma all'emitorace sinistro, Amendola decise di andare a curarsi a Parigi, dove agli inizi del 1926 venne operato.
Per favorire il decorso post-operatorio i familiari lo trasferirono a Cannes, in Provenza, presso la clinica Le Cassy Fleur. Qui si spense all'alba del 7 aprile 1926. La salma fu dapprima tumulata a Cannes, sotto una lapide che recitava: "Qui vive Giovanni Amendola... aspettando"; nel 1950 fu traslata in Italia e collocata nel Cimitero di Poggioreale a Napoli.
Filosofo, giornalista, parlamentare e martire, Giovanni Amendola rimane una delle figure più integre e coraggiose dell'antifascismo italiano, capace di opporre alla brutalità del regime la forza indomita della ragione e della parola scritta fino all'ultimo respiro.
La sua eredità fu raccolta dai figli: Giorgio fu partigiano e politico comunista, come anche il fratello Pietro, mentre Antonio fu molto attivo nell'organizzare l'antifascismo tra gli intellettuali italiani sotto il regime mussoliniano. I giornalisti italiani hanno dedicato alla memoria di Giovanni Amendola il loro Istituto di previdenza, l'INPGI, e in molte città d'Italia esistono decine di strade e piazze a lui dedicate.
La sua famiglia era originaria di Sarno, in provincia di Salerno. Il padre Pietro era carabiniere e, a causa del suo lavoro, dovette frequentemente cambiare residenza: quando Giovanni aveva appena due anni la famiglia si trasferì in Toscana e poi a Roma. Fu dunque nella capitale che trascorse l'adolescenza, e già in quegli anni precoci emerse in lui una vivacità intellettuale e politica del tutto fuori dal comune.
Aveva soltanto quindici anni quando si unì alla Gioventù Socialista e subì il primo arresto per motivi politici: in seguito ai moti popolari di Milano del 1898, il governo impose lo scioglimento di molte sedi socialiste in tutta Italia, e il ragazzo venne arrestato per aver opposto resistenza alla chiusura della sede romana.
Nello stesso anno, 1898, entrò come apprendista al quotidiano politico del Partito Radicale Italiano La Capitale, e qui scoprì altri interessi oltre alla politica: esoterismo e teosofia. Finì con l'aderire al ramo capitolino della Loggia della Società Teosofica fondata da Madame Blavatski, per lasciarla quando ne comprese l'orientamento tutt'altro che scientifico.
Nel frattempo, però, le sue frequentazioni gli valsero l'introduzione in una dimensione cosmopolita e multiculturale, e il giovane Amendola coltivò rapporti e relazioni di respiro europeo. Scoprì anche il mondo della massoneria romana, che abbandonò poco dopo, e in seguito ad un lungo girovagare per l'Europa si stabilì con la famiglia a Firenze, dove fu chiamato a dirigere la Biblioteca filosofica.
In quegli anni fiorentini si definì la sua vocazione filosofica e giornalistica. Libero docente di filosofia nel 1913, collaborò con il Leonardo e poi con La Voce di Giuseppe Prezzolini e Giuseppe Papini, e fondò e diresse insieme a quest'ultimo la rivista L'Anima nel 1911. Nello stesso anno, finalmente, si laureò in filosofia con una tesi su Kant. La sua posizione filosofica, maturata in quegli anni intensi, può caratterizzarsi come una forma di volontarismo etico, come testimoniato dalle opere di quel periodo: La volontà è il bene. Etica e religione (1911) e Etica e biografia (1915).
Ormai pienamente coinvolto nell'agone politico, abbandonò completamente il miraggio di una carriera accademica per lavorare alla redazione romana del Corriere della Sera, trasferendosi nuovamente nella capitale. Fu un legame decisivo: influenzato dal noto direttore del giornale Luigi Albertini, simpatizzò per il Partito Liberale, e con Albertini costruì un rapporto di profonda stima e amicizia destinato a durare nel tempo. Nel frattempo conobbe Eva Kühn, intellettuale ebrea di origine lituana, che sarebbe diventata sua moglie e dalla quale avrebbe avuto i figli Antonio, Giorgio e Pietro.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale non ebbe dubbi: partecipò attivamente alla campagna interventista attraverso i Gruppi nazionali-liberali da lui fondati, poi imbracciò il fucile e combatté sull'Isonzo, guadagnando una medaglia di bronzo al valor militare.
Durante gli anni della guerra combatté costantemente gli ex neutralisti e il pacifismo dei socialisti, criticando al tempo stesso quella che giudicava la chiusura del governo nei confronti del parlamento e del paese, la diplomazia segreta di Sonnino e il suo espansionismo adriatico. Fu uno dei promotori del Comitato italiano per l'intesa fra i popoli oppressi dall'Austria, che portò, nell'aprile del 1918, al Patto di Roma.
Finita la guerra, tornò all'attività giornalistica come corrispondente del Corriere della Sera e del New York Herald. Eletto deputato nel 1919 per il collegio di Salerno, fu sottosegretario alle Finanze con Nitti nel 1920 e ministro per le Colonie nei due gabinetti Facta nel 1922.
In quegli stessi anni prese forma il suo strumento di battaglia più efficace: il primo numero del quotidiano Il Mondo uscì il 26 gennaio 1922, fondato da Amendola insieme a Giovanni Ciraolo e ad Andrea Torre, con l'obiettivo di mantenere compatto il ceto politico liberale e contrastare il montante fascismo.
Nelle giornate dell'ottobre 1922, mentre le squadre fasciste marciavano su Roma, Amendola fu tra i pochissimi che chiese inutilmente al Re di proclamare lo stato d'assedio e bloccare l'avanzata delle milizie. Divenuto con Luigi Albertini e i gruppi demo-liberali uno dei capi dell'opposizione costituzionale in Parlamento e, fuori di esso, dalle colonne de Il Mondo, fu uno dei pilastri dell'Aventino.
Nel settembre 1923, dopo ripetute minacce, venne aggredito e bastonato a Roma da una squadra fascista. L'attacco fisico non lo piegò: nell'aprile 1924 fondò l'"Unione Nazionale delle forze liberali e democratiche", e nell'aprile 1925 si fece iniziatore presso Benedetto Croce, in risposta al manifesto di Giovanni Gentile, del "Manifesto degli intellettuali antifascisti", che fu pubblicato su Il Mondo del 10 maggio.
Ma il regime si stava facendo sempre più spietato. Il 20 luglio 1925, mentre si trovava a Pieve di Nievole per un soggiorno termale, venne aggredito da un commando squadrista composto da una quindicina di camicie nere armate di spranghe e bastoni. Sopravvisse, ma le sue condizioni erano gravi: aveva tentato di proteggersi la testa dai colpi, lasciando però indifesa la schiena sulla quale si erano accaniti gli aggressori.
L'indebolimento fisico e lo shock post-traumatico peggiorarono nei mesi successivi le sue condizioni di salute, tanto che a fine anno, essendogli stato rilevato un ematoma all'emitorace sinistro, Amendola decise di andare a curarsi a Parigi, dove agli inizi del 1926 venne operato.
Per favorire il decorso post-operatorio i familiari lo trasferirono a Cannes, in Provenza, presso la clinica Le Cassy Fleur. Qui si spense all'alba del 7 aprile 1926. La salma fu dapprima tumulata a Cannes, sotto una lapide che recitava: "Qui vive Giovanni Amendola... aspettando"; nel 1950 fu traslata in Italia e collocata nel Cimitero di Poggioreale a Napoli.
Filosofo, giornalista, parlamentare e martire, Giovanni Amendola rimane una delle figure più integre e coraggiose dell'antifascismo italiano, capace di opporre alla brutalità del regime la forza indomita della ragione e della parola scritta fino all'ultimo respiro.
La sua eredità fu raccolta dai figli: Giorgio fu partigiano e politico comunista, come anche il fratello Pietro, mentre Antonio fu molto attivo nell'organizzare l'antifascismo tra gli intellettuali italiani sotto il regime mussoliniano. I giornalisti italiani hanno dedicato alla memoria di Giovanni Amendola il loro Istituto di previdenza, l'INPGI, e in molte città d'Italia esistono decine di strade e piazze a lui dedicate.
Frasi di Giovanni Amendola
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La Patria per il popolo, anche il popolo per la Patria.
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