Biografia di Gustave Le Bon

Gustave Le Bon
Nazione: Francia    
Charles-Marie Gustave Le Bon nacque a Nogent-le-Rotrou, Francia il 7 maggio 1841 e morì a Marnes-la-Coquette, Francia il 13 dicembre 1931. Fu sociologo, psicologo e antropologo.

Nacque nel dipartimento dell'Eure-et-Loir, in una famiglia della media borghesia di provincia. Il padre era un funzionario dell'amministrazione pubblica, la madre apparteneva a una famiglia locale, e il ragazzo crebbe in un ambiente discretamente agiato, ma lontano dai circoli intellettuali della capitale. Studiò al liceo di Tours, dove mostrò un precoce interesse per le scienze naturali e per la lettura, e poi si trasferì a Parigi per frequentare la facoltà di medicina, nonostante non abbia mai esercitato davvero la professione di medico.

Si laureò in medicina nel 1866 con una tesi dedicata alla morte apparente e alla morte improvvisa, un tema che lo avvicinò alla fisiologia e all'osservazione clinica. Negli anni seguenti si dedicò a ricerche di vario genere, dalla chimica all'igiene, e cominciò a pubblicare i primi scritti scientifici, mostrando fin da subito quell'ambizione enciclopedica che avrebbe caratterizzato tutta la sua carriera di autodidatta eclettico, sempre in bilico tra più discipline senza una collocazione accademica stabile.

Nel 1870, allo scoppio della guerra franco-prussiana, Le Bon prestò servizio come medico militare e diresse un'ambulanza durante l'assedio di Parigi. Assistette poi, nel 1871, agli eventi della Comune, e questa esperienza dei disordini e della violenza collettiva lasciò un segno profondo sulla sua sensibilità politica e sociale, orientandolo verso un atteggiamento conservatore e diffidente nei confronti delle masse insorte. Più tardi avrebbe indicato proprio quegli anni come un momento decisivo per la nascita delle sue riflessioni sul comportamento delle folle.

Tornata la pace, si dedicò alle ricerche di antropologia e di anatomia comparata, mettendo a punto strumenti per misurare i crani, tra cui un compasso cefalometrico di sua invenzione. Nel 1879 pubblicò un lavoro sulle variazioni del volume del cervello in relazione all'intelligenza, premiato dalla Società di antropologia di Parigi.

Vi sostenne tesi che oggi appaiono prive di fondamento scientifico, come la superiorità intellettuale dell'uomo sulla donna e la gerarchia delle razze in base alle misure craniche, ma che a quel tempo furono accolte con favore in una parte dell'ambiente scientifico francese. Nel 1881 pubblicò L'Homme et les sociétés, un tentativo di sintesi tra biologia e sociologia.

Dopo il 1870, e poi in modo più sistematico negli anni Ottanta, intraprese lunghi viaggi in Europa, in Nord Africa e in Asia, in parte su incarico del ministero dell'Istruzione pubblica, che gli affidò missioni di studio archeologico. Visitò l'India e il Nepal, fotografando monumenti e siti antichi con tecniche che egli stesso aveva perfezionato.

Da queste esperienze nacquero La civilisation des Arabes (1884), un'opera di grande successo che esaltava la cultura islamica medievale, Les civilisations de l'Inde (1887) e Les premières civilisations (1889), tutte corredate da numerose illustrazioni e destinate a un vasto pubblico colto.

Il suo interesse si spostò gradualmente dalla descrizione delle civiltà alla ricerca delle leggi che ne governano l'evoluzione. In Les lois psychologiques de l'évolution des peuples (1894) sostenne che ogni popolo possiede un'"anima collettiva", determinata da fattori ereditari e immutabile nei suoi tratti fondamentali, e che le istituzioni non possono essere trasportate da una nazione all'altra senza conseguenze. Era la premessa del libro che gli avrebbe dato la fama, Psychologie des foules ("Psicologia delle folle"), uscito nel 1895.

In quest'opera Le Bon sostiene che l'individuo, entrando a far parte di una folla, perde la propria coscienza critica e si lascia dominare da emozioni, istinti e suggestioni contagiose, scendendo di diversi gradini nella scala della civiltà. La folla, secondo lui, è credula, impulsiva e incline all'imitazione, e viene guidata da capi capaci di manipolarla attraverso l'affermazione, la ripetizione e il contagio.

Il libro ebbe un successo enorme e fu tradotto in moltissime lingue, esercitando un'influenza duratura sulla psicologia sociale, sulla scienza politica e perfino sulla propaganda. Gli studiosi hanno però ricordato che molte delle sue idee derivavano da autori come Scipio Sighele e Gabriel Tarde, con i quali Le Bon ebbe polemiche sulla paternità delle intuizioni.

Negli anni successivi pubblicò Psychologie du socialisme (1898), in cui criticò le dottrine socialiste come una forma di fede religiosa collettiva, e Psychologie de l'éducation (1902), dove attaccò il sistema scolastico francese, accusandolo di basarsi sul nozionismo e sulla memoria. Nel 1902 assunse inoltre la direzione della Bibliothèque de philosophie scientifique presso l'editore Flammarion, collana che pubblicò autori di primo piano e contribuì a diffondere la cultura scientifica tra il pubblico colto.

Nel frattempo si era appassionato alla fisica, e già dopo la scoperta dei raggi X, nel 1896, annunciò di avere individuato una "luce nera", fenomeno che non fu mai confermato. Con L'évolution de la matière (1905) e L'évolution des forces (1907) sostenne che la materia si dissolve lentamente in energia e che gli atomi racchiudono un'enorme quantità di energia intra-atomica.

Alcune di queste intuizioni sembrarono anticipare le scoperte della fisica successiva e gli procurarono l'attenzione di scienziati importanti, tra cui Henri Poincaré, che lo frequentava. Pur senza essere preso sul serio dai fisici di professione, Le Bon rivendicò per anni la priorità su alcune idee sviluppate poi da Einstein, ma non ottenne alcun riconoscimento in tal senso.

Nei primi decenni del Novecento rivolse la sua attenzione soprattutto alla politica e alla storia. In La Révolution française et la psychologie des révolutions (1912) lesse gli eventi rivoluzionari attraverso la psicologia delle folle, mentre in Aphorismes du temps présent (1913) e in Enseignements psychologiques de la guerre européenne (1915) commentò la società e il conflitto mondiale.

A casa sua si tenevano i celebri "déjeuners du mercredi", ai quali partecipavano figure della cultura e della politica francese come Henri Poincaré, Henri Bergson, Paul Valéry e Raymond Poincaré, e che contribuirono a consolidare la sua posizione di intellettuale influente, nonostante l'ostilità del mondo accademico ufficiale.

Negli anni del dopoguerra pubblicò ancora opere sulla crisi europea, come Hier et demain (1918) e Les incertitudes de l'heure présente (1924), nelle quali ribadì le sue tesi sulla decadenza delle democrazie e sul ruolo dei capi. La sua teoria delle folle suscitò l'interesse di molti uomini politici e figure pubbliche: Freud la discusse e la criticò in Psicologia delle masse e analisi dell'Io (1921), mentre Mussolini dichiarò di avere letto il libro con attenzione, e ne subirono in qualche misura l'influenza anche altri leader del Novecento e numerosi studiosi di propaganda e pubblicità.

Morì a Marnes-la-Coquette, nei pressi di Parigi, all'età di novant'anni. Il suo nome resta legato soprattutto alla Psicologia delle folle, considerato un testo fondativo della psicologia sociale, ma la sua figura è oggi guardata con molta cautela. Le sue teorie razziali, le sue convinzioni sull'inferiorità delle donne e l'impostazione fortemente elitista del suo pensiero sono state rifiutate dalla scienza moderna, e gli storici lo considerano un divulgatore brillante più che un ricercatore rigoroso.


Frasi di Gustave Le Bon

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