Biografia di Sibilla Aleramo
Nazione: Italia
Marta Felicina Faccio nacque ad Alessandria il 14 agosto 1876 e morì a Roma il 13 gennaio 1960. Fu scrittrice, poetessa e giornalista.
Nacque da Angelo Faccio, caporeparto in una fabbrica di vetro, e da Emma Ghioni, in un contesto piccolo-borghese segnato da frequenti traslochi, tra cui quello a Grosseto e poi a Civitanova Marche dove il padre diresse uno stabilimento industriale.
Fin dalla giovinezza mostrò un'intelligenza vivace ma soffrì un'educazione repressiva e autodidatta, abbandonando gli studi regolari a quindici anni per lavorare nell'azienda paterna come segretaria e contabile, leggendo avidamente autori come Zola e Ibsen che alimentarono la sua precoce coscienza femminista e il desiderio di emancipazione.
A diciotto anni fu data in sposa a Ugo Nucci, caporeparto analfabeta e violento, da cui ebbe un figlio, Walter, nel 1895, ma la vita coniugale si rivelò un inferno di abusi fisici e morali che la spinsero nel 1899 ad abbandonare marito e figlio per trasferirsi a Roma, rinunciando alla patria potestà in un processo doloroso che segnò l'inizio della sua battaglia per l'autonomia femminile.
A Roma assunse lo pseudonimo di Sibilla Aleramo, ispirato al nome del padre e al monte Sibilla, e strinse un'intensa relazione intellettuale e sentimentale con Giovanni Cena, poeta e redattore del Resto, che la introdusse nei circoli letterari e la incoraggiò a trasformare la sua esperienza in letteratura. Pubblicò infatti nel 1906 Una donna, romanzo autobiografico che denuncia la subordinazione matrimoniale e ottenne un clamoroso successo come primo testo apertamente femminista italiano.
Negli anni successivi collaborò a riviste come La donna e Vita moderna, viaggiò in Russia e nel 1910 ruppe con Cena per nuove passioni, tra cui quella lesbica con Lina Poletti, musa futurista, e scrisse Il passaggio (1919), raccolta di poesie, e Momenti (1921), mentre nel 1920 pubblicò Endimione, dramma ispirato a Tullio Bozza, giovane atleta morto di tubercolosi.
Visse amori tumultuosi, tra cui quello con Dino Campana tra il 1916 e il 1917, documentato nel suo diario Un amore insolito, poi pubblicato postumo, e aderì inizialmente al fascismo ricevendo protezione da Mussolini che la ammise all'Accademia d'Italia nel 1929, pur firmando nel 1925 il Manifesto antifascista di Croce prima di un compromesso ideologico.
Negli anni '30 e '40 pubblicò Mai fu giovane (1934), memorie sull'infanzia, Andando verso la vita (1937) e Celeste (1938), mentre durante la Seconda guerra mondiale militò tra i partigiani comunisti scrivendo La donna e il lavoro fascista (1944); dopo il 1945 si dedicò al comunismo e al neorealismo. Pubblicò Lettere a Dino Campana (1958), vivendo gli ultimi anni tra Ascea e Roma impegnata in cause pacifiste e femministe. Quando morì, lasciò un'eredità di scrittrice pioniera che influenzò intere generazioni con la sua testimonianza esistenziale e politica.
Nacque da Angelo Faccio, caporeparto in una fabbrica di vetro, e da Emma Ghioni, in un contesto piccolo-borghese segnato da frequenti traslochi, tra cui quello a Grosseto e poi a Civitanova Marche dove il padre diresse uno stabilimento industriale.
Fin dalla giovinezza mostrò un'intelligenza vivace ma soffrì un'educazione repressiva e autodidatta, abbandonando gli studi regolari a quindici anni per lavorare nell'azienda paterna come segretaria e contabile, leggendo avidamente autori come Zola e Ibsen che alimentarono la sua precoce coscienza femminista e il desiderio di emancipazione.
A diciotto anni fu data in sposa a Ugo Nucci, caporeparto analfabeta e violento, da cui ebbe un figlio, Walter, nel 1895, ma la vita coniugale si rivelò un inferno di abusi fisici e morali che la spinsero nel 1899 ad abbandonare marito e figlio per trasferirsi a Roma, rinunciando alla patria potestà in un processo doloroso che segnò l'inizio della sua battaglia per l'autonomia femminile.
A Roma assunse lo pseudonimo di Sibilla Aleramo, ispirato al nome del padre e al monte Sibilla, e strinse un'intensa relazione intellettuale e sentimentale con Giovanni Cena, poeta e redattore del Resto, che la introdusse nei circoli letterari e la incoraggiò a trasformare la sua esperienza in letteratura. Pubblicò infatti nel 1906 Una donna, romanzo autobiografico che denuncia la subordinazione matrimoniale e ottenne un clamoroso successo come primo testo apertamente femminista italiano.
Negli anni successivi collaborò a riviste come La donna e Vita moderna, viaggiò in Russia e nel 1910 ruppe con Cena per nuove passioni, tra cui quella lesbica con Lina Poletti, musa futurista, e scrisse Il passaggio (1919), raccolta di poesie, e Momenti (1921), mentre nel 1920 pubblicò Endimione, dramma ispirato a Tullio Bozza, giovane atleta morto di tubercolosi.
Visse amori tumultuosi, tra cui quello con Dino Campana tra il 1916 e il 1917, documentato nel suo diario Un amore insolito, poi pubblicato postumo, e aderì inizialmente al fascismo ricevendo protezione da Mussolini che la ammise all'Accademia d'Italia nel 1929, pur firmando nel 1925 il Manifesto antifascista di Croce prima di un compromesso ideologico.
Negli anni '30 e '40 pubblicò Mai fu giovane (1934), memorie sull'infanzia, Andando verso la vita (1937) e Celeste (1938), mentre durante la Seconda guerra mondiale militò tra i partigiani comunisti scrivendo La donna e il lavoro fascista (1944); dopo il 1945 si dedicò al comunismo e al neorealismo. Pubblicò Lettere a Dino Campana (1958), vivendo gli ultimi anni tra Ascea e Roma impegnata in cause pacifiste e femministe. Quando morì, lasciò un'eredità di scrittrice pioniera che influenzò intere generazioni con la sua testimonianza esistenziale e politica.
Frasi di Sibilla Aleramo
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Ove necessario le abbiamo suddivise in pagine da 50 frasi ciascuna.
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La vita è grande. Le possibilità di farla sempre più grande sono infinite.
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