Biografia di Cecco Angiolieri
Nazione: Italia
Francesco Angiolieri nacque a Siena il 15 aprile 1260 e morì sempre a Siena intorno alla fine del 1312. Fu un poeta.
Nacque in una famiglia nobile e facoltosa, figlio del banchiere Angioliero degli Angiolieri, figura di spicco che aveva servito come priore e signore del Comune e che apparteneva all'ordine dei Frati Gaudenti o Cavalieri della Beata Vergine Maria, mentre la madre Lisa de' Salimbeni proveniva da un'altra stirpe altrettanto illustre. Ciò gli garantì un'educazione agiata ma segnata fin dalla giovinezza da un'indole ribelle e dissipata che lo portò a scontri con la giustizia.
Negli anni Ottanta del Duecento fu multato più volte per indiscipline: nel 1281 durante l'assedio al castello ghibellino di Turri in Maremma per diserzione e assenza ingiustificata, nel 1282 per essersi aggirato in città dopo il coprifuoco e nel 1291 coinvolto in una rissa con ferimento, da cui però uscì assolto, rivelando un'esistenza turbolenta tra vizi, compagnie poco raccomandabili e tensioni familiari.
Militava dalla parte guelfa dei senesi e partecipò alla battaglia di Campaldino nel 1289 contro Arezzo al fianco dei fiorentini, dove è probabile che incontrasse Dante Alighieri, anch'egli presente tra le schiere avversarie.
La sua produzione poetica, composta da circa 110 sonetti in toscano volgare noti come "canzoniere Angiolieri", emerse in questo contesto travagliato tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo, contrapponendosi sarcasticamente al Dolce stil novo guinizzelliano e stilnovista con un linguaggio comico-realista crudo e dissacrante che esaltava goliardicamente il vino, il gioco d'azzardo e le donne, malediceva il padre avaro, accusato di sperperare ricchezze in ipocrisie, la moglie pettegola e il mondo ipocrita, come nei celebri sonetti S'i' fosse foco (dove immagina di bruciare tutto in un'apocalissi comica), A la taverna (inno al trio vino-dadi-taverna) e quelli contro Becchina, amante inaffidabile e musa irraggiungibile.
Dopo la morte del padre, intorno al 1293, ereditò debiti e tensioni che lo costrinsero a vendere beni come una vigna nel 1302 a Neri Perini per 700 lire, ultimo atto documentato prima di un esilio forzato da Siena forse per bando politico, che lo spinse a Roma intorno al 1303 sotto la protezione del cardinale senese Riccardo Petroni, dove continuò a comporre versi amari e autoironici fino alla morte..
I suoi figli, Meo, Deo, Angioliero, Arbolina, Sinione e la già emancipata Tessa, rinunciarono all'eredità nel 1313 per i debiti accumulati, confermando la rovina economica del poeta che Boccaccio ritrasse nel Decameron (quarta novella della IX giornata) come prototipo del giocatore perdente e sfortunato in amore, rendendolo figura emblematica della poesia comico-popolare medievale in opposizione al petrarchismo nascente e influenzando generazioni di scrittori toscani con la sua voce irriverente e terrena.
Nacque in una famiglia nobile e facoltosa, figlio del banchiere Angioliero degli Angiolieri, figura di spicco che aveva servito come priore e signore del Comune e che apparteneva all'ordine dei Frati Gaudenti o Cavalieri della Beata Vergine Maria, mentre la madre Lisa de' Salimbeni proveniva da un'altra stirpe altrettanto illustre. Ciò gli garantì un'educazione agiata ma segnata fin dalla giovinezza da un'indole ribelle e dissipata che lo portò a scontri con la giustizia.
Negli anni Ottanta del Duecento fu multato più volte per indiscipline: nel 1281 durante l'assedio al castello ghibellino di Turri in Maremma per diserzione e assenza ingiustificata, nel 1282 per essersi aggirato in città dopo il coprifuoco e nel 1291 coinvolto in una rissa con ferimento, da cui però uscì assolto, rivelando un'esistenza turbolenta tra vizi, compagnie poco raccomandabili e tensioni familiari.
Militava dalla parte guelfa dei senesi e partecipò alla battaglia di Campaldino nel 1289 contro Arezzo al fianco dei fiorentini, dove è probabile che incontrasse Dante Alighieri, anch'egli presente tra le schiere avversarie.
La sua produzione poetica, composta da circa 110 sonetti in toscano volgare noti come "canzoniere Angiolieri", emerse in questo contesto travagliato tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo, contrapponendosi sarcasticamente al Dolce stil novo guinizzelliano e stilnovista con un linguaggio comico-realista crudo e dissacrante che esaltava goliardicamente il vino, il gioco d'azzardo e le donne, malediceva il padre avaro, accusato di sperperare ricchezze in ipocrisie, la moglie pettegola e il mondo ipocrita, come nei celebri sonetti S'i' fosse foco (dove immagina di bruciare tutto in un'apocalissi comica), A la taverna (inno al trio vino-dadi-taverna) e quelli contro Becchina, amante inaffidabile e musa irraggiungibile.
Dopo la morte del padre, intorno al 1293, ereditò debiti e tensioni che lo costrinsero a vendere beni come una vigna nel 1302 a Neri Perini per 700 lire, ultimo atto documentato prima di un esilio forzato da Siena forse per bando politico, che lo spinse a Roma intorno al 1303 sotto la protezione del cardinale senese Riccardo Petroni, dove continuò a comporre versi amari e autoironici fino alla morte..
I suoi figli, Meo, Deo, Angioliero, Arbolina, Sinione e la già emancipata Tessa, rinunciarono all'eredità nel 1313 per i debiti accumulati, confermando la rovina economica del poeta che Boccaccio ritrasse nel Decameron (quarta novella della IX giornata) come prototipo del giocatore perdente e sfortunato in amore, rendendolo figura emblematica della poesia comico-popolare medievale in opposizione al petrarchismo nascente e influenzando generazioni di scrittori toscani con la sua voce irriverente e terrena.
Frasi di Cecco Angiolieri
Per ora abbiamo un totale di 2 frasi.
Ove necessario le abbiamo suddivise in pagine da 50 frasi ciascuna.
Intanto te ne inseriamo una qui come stuzzichino.
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Accorri, accorri, accorri, uom, a la strada!
Che ha', fi' de la putta?
I' son rubato.
Chi t'ha rubato?
Una che par che rada
come rasoio, sì m'ha netto lasciato.
Che ha', fi' de la putta?
I' son rubato.
Chi t'ha rubato?
Una che par che rada
come rasoio, sì m'ha netto lasciato.
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