Biografia di Tucidide

 Tucidide
Nazione: Grecia    
Tucidide nacque nel demo di Alimunte, nei pressi di Atene nel 460 a.C. circa e morì ad Atene, secondo alcuni dopo il 404 a.C., ma, secondo altri, dopo il 396 a.C. Fu storico e militare.

Era figlio di Oloro, probabilmente di origine tracia e omonimo del re che fu suocero del politico e stratega ateniese Milziade. La famiglia vantava nobili ascendenze e notevoli interessi economici, godendo del diritto di sfruttamento delle miniere aurifere in Tracia, e cospicue entrature politiche.

La data di nascita rimane incerta, ma poiché Tucidide ricoprì la carica di stratego nel 424 a.C. e l'età minima per esercitare tale carica ad Atene era fissata a trent'anni, egli dev'essere nato prima del 454 a.C. e verosimilmente intorno al 460 a.C.

Essendo aristocratico, fu educato dai sofisti all'uso del dialogo, e questa formazione retorica avrebbe lasciato un'impronta duratura nel suo stile letterario. Le notizie sulla sua giovinezza sono scarse e quasi tutte ricavabili indirettamente dalla sua opera; ciò che è certo è che crebbe in un'Atene nel pieno della sua potenza, sotto l'egemonia culturale e politica di Pericle, personaggio che avrebbe poi ammirato profondamente e che avrebbe ritratto come il più grande statista del suo tempo.

Quando nel 431 a.C. scoppiò la guerra tra Atene e Sparta, Tucidide ne comprese presto l'importanza e iniziò a raccogliere documenti e a compiere ricerche per narrarne le vicende. La sua esperienza intellettuale di storico fu tanto più coinvolgente in quanto partecipò al conflitto in prima persona e in posizioni importanti.

Tra il 430 e il 429 a.C., quando ad Atene infuriò la grande peste, ne venne colpito, ma sopravvisse al contagio. Di quella pestilenza lasciò una delle descrizioni più cliniche e agghiaccianti dell'antichità, in cui adottò il distacco quasi scientifico di chi osserva e cataloga i sintomi con occhio medico, testimoniando in prima persona il disfacimento fisico e morale della città.

Nel 424 a.C. fu eletto stratego e inviato a difendere l'Egeo settentrionale. Comandava sette navi ed era di stanza a Thasos, ma non riuscì a fermare la cattura di Anfipoli da parte del generale spartano Brasida. Quella sconfitta segnò il punto di svolta più drammatico della sua vita: accusato di negligenza, venne esiliato da Atene e non vi tornò che vent'anni dopo, quando la guerra con Sparta era ormai finita. Secondo alcuni storici, tra cui Luciano Canfora, l'esilio di Tucidide in Tracia fu in parte volontario, forse dopo aver assistito al tentativo di colpo di Stato ad Atene.

Furono però proprio quegli anni di lontananza a rendere possibile la nascita della sua opera monumentale. Durante questo periodo di allontanamento, Tucidide mise mano a scritti e appunti collezionati durante le proprie esperienze militari, dando vita alla propria sofferta opera maestra: otto libri che compongono la Guerra del Peloponneso, profondo e analitico resoconto cronologico del conflitto che oppose Sparta e Atene, il maggior riferimento riguardo a quel conflitto durato quasi trent'anni.

I libri vennero composti in maniera non sequenziale: molti critici ritengono che l'autore abbia dapprima scritto i primi quattro libri sulla guerra decennale, poi il sesto e il settimo sulla spedizione siciliana, e solo allora li abbia raccordati con il quinto e proseguiti fino alla morte con l'ottavo.

A differenza di Erodoto, che aveva rivolto l'indagine storica dai miti della pseudostoria antichissima a vicende più recenti, Tucidide, considerando non esattamente accertabile il passato remoto, si volse alla narrazione storica di avvenimenti contemporanei per i quali soltanto riteneva possibile l'accertamento dei fatti.

Il suo metodo era rivoluzionario: molti lo considerano il primo storico ad aver utilizzato metodi "moderni", come intervistare testimoni oculari e condurre esami incrociati. Nell'opera dichiarò esplicitamente di tenersi aderente al contenuto effettivo dei discorsi pronunciati dai protagonisti, ma in realtà quei discorsi, tra cui i celeberrimi di Pericle, sono ricostruzioni in cui lo storico proietta la propria acuta interpretazione psicologica dei personaggi e delle forze in campo.

Il cuore narrativo dell'opera è la guerra del Peloponneso nella sua interezza, ma alcuni episodi spiccano per l'intensità della trattazione. Il sesto e il settimo libro, tra i più celebrati, sono dedicati alla spedizione ateniese contro Siracusa durante gli anni 415-413 a.C. e alla sua tragica conclusione.

Tucidide vi mostrò tutto il suo dolore contenuto per la sorte dei soldati compatrioti, che trovarono la morte o la schiavitù nelle latomie siciliane: fu il più grande disastro militare della storia ateniese, e lo storico lo narrò con una tensione drammatica che nulla ha da invidiare alla tragedia greca.

Altrettanto celebre è il cosiddetto "Dialogo dei Meli", in cui i rappresentanti di Atene e quelli della piccola isola di Melo si fronteggiano con argomenti di brutale realismo politico, rivelando la logica nuda del potere imperiale.

Secondo Tucidide lo storico ha il compito di fornire, a chi partecipa e guida la vita politica della comunità, gli strumenti per interpretare il presente e prevedere gli sviluppi futuri dei rapporti tra le poleis. Tale previsione è resa possibile dal fatto che esiste, nella storia umana, una costante fondamentale, che è la natura umana (φύσις, "physis"): data l'esistenza di questa costante, è possibile delineare leggi che regolano il comportamento degli uomini aggregati socialmente. In questa visione razionale e disincantata, tutta la dimensione metafisica scompare: l'unico fattore esterno alla realtà umana ammesso è la τύχη, il caso o il destino.

Lo stile di Tucidide contiene un singolare miscuglio di concisione, talvolta persino oscura, e di elaborazione retorica; ha la coloritura delle scritture arcaiche e poetiche, asprezza di costrutti e rapida secchezza, ma mostra anche un abile uso degli artifici della sofistica, abbondanza di astratti, di sentenze e di effetti vari. Quella prosa densa e irregolare, con i suoi grandi periodi contorti, divenne però il modello stilistico di generazioni di storici posteriori.

Terminata la guerra, Tucidide poté finalmente fare ritorno ad Atene. Morì, probabilmente in maniera violenta, lasciando incompiuta la storia che, interrotta all'anno 411, doveva fruttargli una fama che non è tramontata. Polibio, Senofonte, Cicerone, Quintiliano, Sallustio, Tito Livio e Tacito furono tutti grandi ammiratori della sua storia e ne furono profondamente influenzati.

Dopo l'oblio medievale, Tucidide venne riscoperto dagli umanisti del Quattrocento. Da allora la sua opera non ha cessato di essere riletta come uno specchio del potere, della guerra e della fragilità delle civiltà umane.


Frasi di Tucidide

Per ora abbiamo un totale di 1 frasi.
Ove necessario le abbiamo suddivise in pagine da 50 frasi ciascuna.
Intanto te ne inseriamo una qui come stuzzichino.

Per gli uomini famosi tutta la terra è un sepolcro.


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