Frasi di Blaise Pascal

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Di solito, ci si convince meglio con le ragioni trovate da se stessi che non con quelle venute in mente ad altri.

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Volete che si pensi bene di voi? Non ditene.

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Quanto più si è spiritualmente dotati, tanto più accade di scoprire uomini originali. La gente comune non fa differenza tra un uomo e un altro.

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Due visi somiglianti, nessuno dei quali da solo fa ridere, fanno ridere insieme per la loro somiglianza.

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Ci sono vizi che si radicano in noi solo appoggiandosi ad altri e che, se si taglia il tronco, se ne vengono via come rami.

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Tutte le buone massime ci sono già: resta solo da applicarle.

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La ragione comanda molto più imperiosamente di un padrone, perché disubbidendo a questo si è infelici, disubbidendo a essa si è degli sciocchi.

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Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce.

9/151

Bisogna conoscere se stessi: quand'anche non servisse a trovare la verità, giova per lo meno a regolare la propria vita; e non c'è nulla di più giusto.

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Tra noi e l'inferno o il cielo c'è di mezzo soltanto la vita, che è la cosa più fragile del mondo.

11/151

L'ultimo atto è cruento, per quanto bella sia la commedia in tutto il resto: alla fine, ci gettano un po' di terra sulla testa, ed è finita per sempre.

12/151

L'intelletto è per natura proclive a credere e la volontà ad amare: perciò, in mancanza di oggetti veri, è forza che si volgano a quelli falsi.

13/151

Un nonnulla ci consola perché un nonnulla basta ad affliggerci.

14/151

Il sentimento della fallacia dei piaceri presenti e l'ignoranza della vanità di quelli assenti causano l'incostanza.

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Gli uomini si divertono a inseguire una palla o una lepre: è il piacere persino dei re.

16/151

Gli uomini sono così necessariamente pazzi che il non essere pazzo equivarrebbe a esser soggetto a un altro genere di pazzia.

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Gli uomini non avendo potuto guarire la morte, la miseria e l'ignoranza, hanno risolto, per vivere felici, di non pensarci.

18/151

Noi corriamo spensierati verso il precipizio, dopo esserci messi dinanzi agli occhi qualcosa che c'impedisca di vederlo.

19/151

La grandezza dell'uomo sta in questo: che esso ha coscienza della propria miseria. Una pianta non si conosce miserabile. Conoscere di essere miserabile è, quindi, un segno di miseria, ma, in pari tempo, un segno di grandezza.

20/151

L'uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa.

21/151

Quel di cui sia capace la virtù di un uomo va misurato non dai suoi sforzi, ma dalla sua condotta ordinaria.

22/151

Il silenzio eterno degli spazi infiniti mi sgomenta.

23/151

La nostra natura sta nel movimento; il completo riposo è la morte.

24/151

Per il calcolo delle probabilità, dovete studiarvi di cercare la verità, perché se morite senza adorare il vero principio, siete perduto.
‐ Ma, mi direte, se Egli avesse voluto che lo adorassi, mi avrebbe lasciato i segni della sua volontà.
‐ Appunto così ha fatto. Voi però li trascurate. Cercateli, perché ne vale la pena.

25/151

L'ultimo passo della ragione, è il riconoscere che ci sono un'infinità di cose che la sorpassano.

26/151

Il piacere di amare senza osar dirlo ha le sue pene, ma anche le sue dolcezze.

27/151

Troppo vino o troppo poco: se non gliene date, non può trovare la verità; se gliene date troppo, neppure.

28/151

L'uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c'è bisogno chetutto l'universo s'armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d'acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l'universo lo schiacciasse, l'uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell'universo su di lui; l'universo invece non ne sa niente.

29/151

Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c'è un'infinità di cose che la sorpassano. È ben debole, se non giunge a riconoscerlo. Se le cose naturali la trascendono, che dire di quelle soprannaturali?

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Corriamo senza curarci del precipizio, dopo aver messo qualcosa davanti a noi per impedircene la vista.

31/151

Tutto questo mondo visibile non è che un impercettibile segmento nell'ampio cerchio della natura. Nessuna idea le si accosta. Abbiamo voglia di gonfiare le nostre concezioni, al di là degli spazi immaginabili; noi riusciamo soltanto a partorire atomi rispetto alla realtà delle cose. È una sfera infinita il cui centro è dappertutto e la circonferenza da nessuna parte.

32/151

Il più piccolo movimento interessa tutta la natura; il mare intero muta per una pietra.

33/151

La moltitudine che non si riduce all'unità è confusione; l'unità che non dipende dalla moltitudine è tirannia.

34/151

Gli uomini mostrano disprezzo per la religione; hanno per essa odio e paura che sia vera. Per guarirli di ciò, bisogna cominciare col provare che la religione non è contraria alla ragione; è venerabile, e bisogna farla rispettare; in seguito renderla amabile, far desiderare ai buoni che sia vera e poi provare che essa è vera.

35/151

La ragione non conosce le ragioni del cuore.

36/151

La natura ha delle perfezioni per dimostrare che essa è l'immagine di Dio e ha dei difetti per mostrare che ne è solo un'immagine.

37/151

Ho scritto un racconto più lungo del solito, semplicemente perché non ho avuto il tempo per farlo più corto.

38/151

Non so chi mi abbia messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né che cosa io stesso. Sono in un'ignoranza spaventosa di tutto. Non so che cosa siano il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa stessa parte di me che pensa quel che dico, che medita sopra di tutto e sopra se stessa, e non conosce sé meglio del resto. Vedo quegli spaventosi spazi dell'universo, che mi rinchiudono; e mi trovo confinato in un angolo di questa immensa distesa, senza sapere perché sono collocato qui piuttosto che altrove, né perché questo po' di tempo che mi è dato da vivere mi sia assegnato in questo momento piuttosto che in un altro di tutta l'eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Da ogni parte vedo soltanto infiniti, che mi assorbono come un atomo e come un'ombra che dura un istante, e scompare poi per sempre. Tutto quel che so è che debbo presto morire; ma quel che ignoro di più è, appunto, questa stessa morte, che non posso evitare.

39/151

L'eloquenza è un ritratto del pensiero; perciò, quelli che dopo aver dipinto aggiungono ancora qualcosa, fanno un quadro invece di un ritratto.

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L'unica cosa che ci consola delle nostre miserie è il divertimento, e intanto questa è la maggiore tra le nostre miserie. Perché è esso che principalmente ci impedisce di pensare a noi stessi e ci porta inavvertitamente alla perdizione. Senza di esso noi saremmo annoiati, e questa noia ci spingerebbe a cercare un mezzo più solido per uscirne. Ma il divertimento ci divaga e ci fa arrivare inavvertitamente alla morte.

41/151

La speranza dei cristiani di possedere un bene infinito è permeata di gioia reale e di timore; difatti per essi non è come per coloro che s'aspettassero un regno di cui intanto non possiedono nulla, essendo dei sudditi; i cristiani invece sperano la santità, la liberazione dall'ingiustizia e ne posseggono qualcosa.

42/151

Tutto quello che serve soltanto all'autore non vale nulla.

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Che cosa dunque ci gridano questa avidità e questa impotenza se non che un tempo c'è stata nell'uomo una vera felicità di cui adesso non gli restano che il segno e la traccia di un vuoto che egli inutilmente cerca di colmare con tutto quello che lo circonda, chiedendo alle cose assenti il soccorso che non ha dalle presenti, ma che tutte quante sono incapaci di dargli, perché l'abisso infinito non può essere colmato se non da un oggetto infinito e immutabile, vale a dire Dio stesso?

44/151

Le guerre civili sono il più grande male.

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La felicità è una merce favolosa: più se ne dà e più se ne ha.

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Stanco di studiare l'infinitamente grande o l'infinitamente piccolo, lo scienziato si mise a contemplare l'infinitamente medio.

47/151

Felice vita quella che si inizia con l'amore e termina con l'ambizione. Fin che c'è in noi qualche ardore, possiamo essere amati. Poi questo fuoco si spegne: allora come è bello e grande il posto per l'ambizione.

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Che cos'è l'io?
Un uomo che si mette alla finestra per vedere i passanti, se io passo di là, posso dire che si è messo là per vedere me? No, perché egli non pensa a me in particolare; ma colui che ama qualcuno a causa della sua bellezza, lo ama? No, perché il vaiolo, che ucciderà la bellezza senza uccidere la persona, non gliela farà più amare.
Ma se mi amano per la mia intelligenza, per la mia memoria, amano davvero me? No, perché posso perdere queste qualità senza perdere me stesso. Dov'è dunque questo io, se non si trova nel corpo e neppure nell'anima? E come amare il corpo o l'anima, se non per queste qualità, che non sono ciò di cui è fatto l'io, dal momento che sono caduche? Si può amare la sostanza dell'anima di una persona in modo astratto, indipendentemente dalle sue qualità? Non è possibile e non sarebbe giusto. Non amiamo dunque mai nessuno, ma solo le sue qualità.
Non prendiamoci più gioco dunque di quelli che si fanno onorare a causa di cariche e di uffici, perché non si ama nessuno se non per qualità prese a prestito.

49/151

L'io è odioso.

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Il servo non sa ciò che fa il padrone, perché il padrone gli dice soltanto l'azione e non lo scopo; per questo egli vi si assoggetta servilmente e spesso pecca contro il fine. Ma Gesù Cristo ci ha detto il fine. E voi distruggete questo fine.


Biografia di Blaise Pascal