Biografia di Paolo Monelli
Nazione: Italia
Paolo Monelli nacque a Fiorano Modenese (MO) il 15 luglio 1891 e morì a Roma il 19 novembre 1984. Fu giornalista, scrittore e militare.
Figlio di Ernesto, colonnello medico dell'esercito, e Maria Antonini, nacque in una famiglia che per motivi di servizio si trasferì presto a Bologna, dove il giovane Paolo frequentò il liceo classico e iniziò a coltivare la passione per il giornalismo.
Scrisse cronache sportive e descrizioni di avventure montane per Il resto del Carlino già durante gli anni universitari, culminati con la laurea in giurisprudenza nel 1914.
Arruolatosi volontario come ufficiale alpino nel 1915, partecipò alla Grande Guerra sulle Dolomiti, esperienza che lo segnò profondamente e fornì materia al suo primo grande successo letterario, il reportage Le scarpe al sole pubblicato nel 1921 da Treves, un'opera vivida e ironica sulle marce e le sofferenze degli alpini che vendette centinaia di migliaia di copie e gli valse il plauso di critici come Ugo Ojetti.
Dopo il congedo, nel 1921 entrò come inviato ne La Stampa di Mario Missiroli, coprendo la guerra sovietico-polacca in prima linea, poi a Berlino e Mosca, dove affinò il suo stile di reportage fotografico e narrativo, stringendo amicizie con colleghi come Leo Longanesi e viaggiando nei Paesi scandinavi per il volume Viaggio alle isole Freddazzurre del 1926.
Negli anni '20 e '30 collaborò con il Corriere della Sera e riviste come Pegaso, dirigendo brevemente il Roma e coprendo eventi come la trasvolata oceanica di Italo Balbo nel 1933 da New York, mentre nel 1935-36 fu inviato di guerra in Etiopia, producendo articoli e il libro Il paese del vento, elogiato per la sua obiettività tra le dune e le battaglie su Gondar e Addis Abeba, rapporti che lo portarono a contatti con generali come Graziani e Pietro Badoglio.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, arruolato come maggiore e poi tenente colonnello, seguì i fronti africani per il Corriere della Sera di Aldo Borelli, testimoniando scontri di carri armati in Libia fino al congedo nel 1943, periodo in cui maturò una critica al fascismo che emerse nel dopoguerra con collaborazioni a L'Europeo di Arrigo Benedetti, Il Mondo di Mario Pannunzio e La Stampa.
Tra le sue opere successive spiccano Quel che vide Tulum (1953), romanzo storico allegorico sull'antica Roma, Gli onesti delusi sulla crisi italiana post-bellica e inchieste tardive (era quasi ottantenne) come quella in Etiopia e Somalia per il Corriere nel 1967, mantenendo corrispondenze con vecchi amici come Gaspare Barbiellini Amidei e Novello. Alla sua morte lasciò un'eredità di giornalismo avventuroso che influenzò generazioni di inviati.
Figlio di Ernesto, colonnello medico dell'esercito, e Maria Antonini, nacque in una famiglia che per motivi di servizio si trasferì presto a Bologna, dove il giovane Paolo frequentò il liceo classico e iniziò a coltivare la passione per il giornalismo.
Scrisse cronache sportive e descrizioni di avventure montane per Il resto del Carlino già durante gli anni universitari, culminati con la laurea in giurisprudenza nel 1914.
Arruolatosi volontario come ufficiale alpino nel 1915, partecipò alla Grande Guerra sulle Dolomiti, esperienza che lo segnò profondamente e fornì materia al suo primo grande successo letterario, il reportage Le scarpe al sole pubblicato nel 1921 da Treves, un'opera vivida e ironica sulle marce e le sofferenze degli alpini che vendette centinaia di migliaia di copie e gli valse il plauso di critici come Ugo Ojetti.
Dopo il congedo, nel 1921 entrò come inviato ne La Stampa di Mario Missiroli, coprendo la guerra sovietico-polacca in prima linea, poi a Berlino e Mosca, dove affinò il suo stile di reportage fotografico e narrativo, stringendo amicizie con colleghi come Leo Longanesi e viaggiando nei Paesi scandinavi per il volume Viaggio alle isole Freddazzurre del 1926.
Negli anni '20 e '30 collaborò con il Corriere della Sera e riviste come Pegaso, dirigendo brevemente il Roma e coprendo eventi come la trasvolata oceanica di Italo Balbo nel 1933 da New York, mentre nel 1935-36 fu inviato di guerra in Etiopia, producendo articoli e il libro Il paese del vento, elogiato per la sua obiettività tra le dune e le battaglie su Gondar e Addis Abeba, rapporti che lo portarono a contatti con generali come Graziani e Pietro Badoglio.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, arruolato come maggiore e poi tenente colonnello, seguì i fronti africani per il Corriere della Sera di Aldo Borelli, testimoniando scontri di carri armati in Libia fino al congedo nel 1943, periodo in cui maturò una critica al fascismo che emerse nel dopoguerra con collaborazioni a L'Europeo di Arrigo Benedetti, Il Mondo di Mario Pannunzio e La Stampa.
Tra le sue opere successive spiccano Quel che vide Tulum (1953), romanzo storico allegorico sull'antica Roma, Gli onesti delusi sulla crisi italiana post-bellica e inchieste tardive (era quasi ottantenne) come quella in Etiopia e Somalia per il Corriere nel 1967, mantenendo corrispondenze con vecchi amici come Gaspare Barbiellini Amidei e Novello. Alla sua morte lasciò un'eredità di giornalismo avventuroso che influenzò generazioni di inviati.
Frasi di Paolo Monelli
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Ove necessario le abbiamo suddivise in pagine da 50 frasi ciascuna.
Intanto te ne inseriamo una qui come stuzzichino.
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Qui c'è un buco, mi faccia un osso buco.
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