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La vostra nominanza è color d'erba,
che viene e va.
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Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno.
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All'alta fantasia qui mancò possa.
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Fede è sustanza di cose sperate,
ed argomento delle non parventi:
e questa pare a me sua quiditate.
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Poca favilla gran fiamma seconda.
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Men che dramma
di sangue m'è rimaso che non tremi:
conosco i segni dell'antica fiamma.
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Per una ghirlandetta
ch'io vidi, mi farà
sospirare ogni fiore.
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Tanto vogl'io che vi sia manifesto,
pur che mia coscienza non mi garra,
che alla Fortuna, come vuol, son presto.
Non è nuova alli orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e 'l villan la sua marra.
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Dette mi fur di mia vita futura
parole gravi, avvegna ch'io mi senta
ben tetragono ai colpi di ventura.
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O gente umana, per volar su nata,
perché a poco vento così cadi?
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Ma perché piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia più ir lo fren dell'arte.
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La fretta,
che l'onestade ad ogn'atto dismanga.
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I' mi son pargoletta bella e nova.
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Perché ti vedi giovinetta e bella,
tanto che svegli ne la mente Amore,
pres'hai orgoglio e durezza nel core.
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Non creda donna Berta e ser Martino,
per vedere un furare, altro offerere,
vederli dentro al consiglio divino.
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Or tu chi se' che vuo' sedere a scranna,
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta d'una spanna?
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Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir senza consiglio all'arco;
ma il popol tuo l'ha in sommo della bocca.
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Oh vana gloria dell'umane posse!
Com poco verde in su la cima dura,
se non è giunta dall'etati grosse!
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Non è il mondan romore altro ch'un fiato
di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.
Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il "pappo" e'l "dindi",
pria che passin mill'anni?
Ch'è più corto
spazio all'etterno, ch'un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.
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Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v'offende!
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O imaginativa che ne rube
tal volta sì di fuor, ch'om non s'accorge
perché dintorno suonin mille tube.
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Tanto ch'io volsi in su l'ardita faccia,
gridando a Dio: "Omai più non ti temo!"
come fe' il merlo per poca bonaccia.
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Sì che le pecorelle, che non sanno,
tornan dal pasco pasciute di vento.
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Le genti dolorose
c'hanno perduto il ben dell'intelletto.
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Intender non la può chi non la prova.
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Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna
de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el pote,
però che sanza colpa fa vergogna.
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Del bel paese là, dove 'l sì sona.
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Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
79/108
Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
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Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:
non siate come penna ad ogni vento,
e non crediate ch'ogni acqua vi lavi.
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Intra due cibi, distanti e moventi
d'un modo, prima si morrìa di fame,
che liber' uomo l'un recasse ai denti; / sì si starebbe un agno intra due brame
di fieri lupi, igualmente temendo;
sì si starebbe un cane intra due dame.
82/108
Libertà va cercando, ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
83/108
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse.
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Indi partissi povero e vetusto;
e se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe
mendicando sua vita a frusto a frusto,
assai lo loda, e più lo loderebbe.
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E detto l'ho perché doler ti debbia!
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Un dì si venne a me Malinconia
e disse:"Io voglio un poco stare teco";
e parve a me ch'ella menasse seco
Dolore e Ira per sua compagnia.
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Ben conobbi il velen dell'argomento.
88/108
La moralitade è bellezza de la filosofia.
89/108
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.
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Apri la mente a quel ch'io ti paleso
e fermalvi entro; ché non fa scienza,
senza lo ritenere, avere inteso.
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Quando mi vidi giunto in quella parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte.
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Nel mezzo del cammin di nostra vita.
93/108
Le cose tutte quante
hanno ordine fra loro, e questo è forma
che l'universo a Dio fa simigliante.
Qui veggion l'alte creature l'orme
dell'etterno valore.
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E se la stella si cambiò e rise,
qual mi fec'io che pur da mia natura
trasmutabile son per tutte guise!
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Per correr miglior acqua alza le vele
omai la navicella del mio ingegno.
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Dirvi ch'i' sia, sarìa parlare indarno,
ché 'l nome mio ancor molto non sona.
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Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
98/108
O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d'ascoltar, seguite
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché, forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L'acqua ch'io prendo già mai non si corse.
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Tanto m'aggrada il tuo comandamento,
che l'ubbidir, se già fosse, m'è tardi.
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Ne li occhi porta la mia donna Amore.