Frasi di Dante

51/110

La vostra nominanza è color d'erba,
che viene e va.

52/110

Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno.

53/110

All'alta fantasia qui mancò possa.

54/110

Fede è sustanza di cose sperate,
ed argomento delle non parventi:
e questa pare a me sua quiditate.

55/110

Poca favilla gran fiamma seconda.

56/110

Men che dramma
di sangue m'è rimaso che non tremi:
conosco i segni dell'antica fiamma.

57/110

Per una ghirlandetta
ch'io vidi, mi farà
sospirare ogni fiore.

58/110

Tanto vogl'io che vi sia manifesto,
pur che mia coscienza non mi garra,
che alla Fortuna, come vuol, son presto.
Non è nuova alli orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e 'l villan la sua marra.

59/110

Dette mi fur di mia vita futura
parole gravi, avvegna ch'io mi senta
ben tetragono ai colpi di ventura.

60/110

O gente umana, per volar su nata,
perché a poco vento così cadi?

61/110

Ma perché piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia più ir lo fren dell'arte.

62/110

La fretta,
che l'onestade ad ogn'atto dismanga.

63/110

I' mi son pargoletta bella e nova.

64/110

Perché ti vedi giovinetta e bella,
tanto che svegli ne la mente Amore,
pres'hai orgoglio e durezza nel core.

65/110

Non creda donna Berta e ser Martino,
per vedere un furare, altro offerere,
vederli dentro al consiglio divino.

66/110

Or tu chi se' che vuo' sedere a scranna,
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta d'una spanna?

67/110

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir senza consiglio all'arco;
ma il popol tuo l'ha in sommo della bocca.

68/110

Oh vana gloria dell'umane posse!
Com poco verde in su la cima dura,
se non è giunta dall'etati grosse!

69/110

Non è il mondan romore altro ch'un fiato
di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.
Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il "pappo" e'l "dindi",
pria che passin mill'anni?
Ch'è più corto
spazio all'etterno, ch'un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.

70/110

Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v'offende!

71/110

O imaginativa che ne rube
tal volta sì di fuor, ch'om non s'accorge
perché dintorno suonin mille tube.

72/110

Tanto ch'io volsi in su l'ardita faccia,
gridando a Dio: "Omai più non ti temo!"
come fe' il merlo per poca bonaccia.

73/110

Sì che le pecorelle, che non sanno,
tornan dal pasco pasciute di vento.

74/110

Le genti dolorose
c'hanno perduto il ben dell'intelletto.

75/110

Intender non la può chi non la prova.

76/110

Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna
de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el pote,
però che sanza colpa fa vergogna.

77/110

Del bel paese là, dove 'l sì sona.

78/110

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

79/110

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?

80/110

Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:
non siate come penna ad ogni vento,
e non crediate ch'ogni acqua vi lavi.

81/110

Intra due cibi, distanti e moventi
d'un modo, prima si morrìa di fame,
che liber' uomo l'un recasse ai denti; / sì si starebbe un agno intra due brame
di fieri lupi, igualmente temendo;
sì si starebbe un cane intra due dame.

82/110

Libertà va cercando, ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

83/110

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse.

84/110

Indi partissi povero e vetusto;
e se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe
mendicando sua vita a frusto a frusto,
assai lo loda, e più lo loderebbe.

85/110

E detto l'ho perché doler ti debbia!

86/110

Un dì si venne a me Malinconia
e disse:"Io voglio un poco stare teco";
e parve a me ch'ella menasse seco
Dolore e Ira per sua compagnia.

87/110

Ben conobbi il velen dell'argomento.

88/110

La moralitade è bellezza de la filosofia.

89/110

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

90/110

Apri la mente a quel ch'io ti paleso
e fermalvi entro; ché non fa scienza,
senza lo ritenere, avere inteso.

91/110

Quando mi vidi giunto in quella parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte.

92/110

Nel mezzo del cammin di nostra vita.

93/110

Le cose tutte quante
hanno ordine fra loro, e questo è forma
che l'universo a Dio fa simigliante.
Qui veggion l'alte creature l'orme
dell'etterno valore.

94/110

E se la stella si cambiò e rise,
qual mi fec'io che pur da mia natura
trasmutabile son per tutte guise!

95/110

Per correr miglior acqua alza le vele
omai la navicella del mio ingegno.

96/110

Dirvi ch'i' sia, sarìa parlare indarno,
ché 'l nome mio ancor molto non sona.

97/110

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

98/110

O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d'ascoltar, seguite
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché, forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L'acqua ch'io prendo già mai non si corse.

99/110

Tanto m'aggrada il tuo comandamento,
che l'ubbidir, se già fosse, m'è tardi.

100/110

Ne li occhi porta la mia donna Amore.


Biografia di Dante