Frasi di Dante

51/126

La vostra nominanza è color d'erba,
che viene e va.

52/126

Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno.

53/126

All'alta fantasia qui mancò possa.

54/126

Fede è sustanza di cose sperate,
ed argomento delle non parventi:
e questa pare a me sua quiditate.

55/126

Poca favilla gran fiamma seconda.

56/126

Men che dramma
di sangue m'è rimaso che non tremi:
conosco i segni dell'antica fiamma.

57/126

Per una ghirlandetta
ch'io vidi, mi farà
sospirare ogni fiore.

58/126

Tanto vogl'io che vi sia manifesto,
pur che mia coscienza non mi garra,
che alla Fortuna, come vuol, son presto.
Non è nuova alli orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e 'l villan la sua marra.

59/126

Dette mi fur di mia vita futura
parole gravi, avvegna ch'io mi senta
ben tetragono ai colpi di ventura.

60/126

O gente umana, per volar su nata,
perché a poco vento così cadi?

61/126

Ma perché piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia più ir lo fren dell'arte.

62/126

La fretta,
che l'onestade ad ogn'atto dismanga.

63/126

I' mi son pargoletta bella e nova.

64/126

Perché ti vedi giovinetta e bella,
tanto che svegli ne la mente Amore,
pres'hai orgoglio e durezza nel core.

65/126

Non creda donna Berta e ser Martino,
per vedere un furare, altro offerere,
vederli dentro al consiglio divino.

66/126

Or tu chi se' che vuo' sedere a scranna,
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta d'una spanna?

67/126

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir senza consiglio all'arco;
ma il popol tuo l'ha in sommo della bocca.

68/126

Oh vana gloria dell'umane posse!
Com poco verde in su la cima dura,
se non è giunta dall'etati grosse!

69/126

Non è il mondan romore altro ch'un fiato
di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.
Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il "pappo" e'l "dindi",
pria che passin mill'anni?
Ch'è più corto
spazio all'etterno, ch'un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.

70/126

Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v'offende!

71/126

O imaginativa che ne rube
tal volta sì di fuor, ch'om non s'accorge
perché dintorno suonin mille tube.

72/126

Tanto ch'io volsi in su l'ardita faccia,
gridando a Dio: "Omai più non ti temo!"
come fe' il merlo per poca bonaccia.

73/126

Sì che le pecorelle, che non sanno,
tornan dal pasco pasciute di vento.

74/126

Le genti dolorose
c'hanno perduto il ben dell'intelletto.

75/126

Intender non la può chi non la prova.

76/126

Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna
de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el pote,
però che sanza colpa fa vergogna.

77/126

Del bel paese là, dove 'l sì sona.

78/126

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

79/126

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?

80/126

Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:
non siate come penna ad ogni vento,
e non crediate ch'ogni acqua vi lavi.

81/126

Intra due cibi, distanti e moventi
d'un modo, prima si morrìa di fame,
che liber' uomo l'un recasse ai denti; / sì si starebbe un agno intra due brame
di fieri lupi, igualmente temendo;
sì si starebbe un cane intra due dame.

82/126

Libertà va cercando, ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

83/126

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse.

84/126

Indi partissi povero e vetusto;
e se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe
mendicando sua vita a frusto a frusto,
assai lo loda, e più lo loderebbe.

85/126

E detto l'ho perché doler ti debbia!

86/126

Un dì si venne a me Malinconia
e disse:"Io voglio un poco stare teco";
e parve a me ch'ella menasse seco
Dolore e Ira per sua compagnia.

87/126

Ben conobbi il velen dell'argomento.

88/126

La moralitade è bellezza de la filosofia.

89/126

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

90/126

Apri la mente a quel ch'io ti paleso
e fermalvi entro; ché non fa scienza,
senza lo ritenere, avere inteso.

91/126

Quando mi vidi giunto in quella parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte.

92/126

Nel mezzo del cammin di nostra vita.

93/126

Le cose tutte quante
hanno ordine fra loro, e questo è forma
che l'universo a Dio fa simigliante.
Qui veggion l'alte creature l'orme
dell'etterno valore.

94/126

E se la stella si cambiò e rise,
qual mi fec'io che pur da mia natura
trasmutabile son per tutte guise!

95/126

Per correr miglior acqua alza le vele
omai la navicella del mio ingegno.

96/126

Dirvi ch'i' sia, sarìa parlare indarno,
ché 'l nome mio ancor molto non sona.

97/126

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

98/126

O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d'ascoltar, seguite
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché, forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L'acqua ch'io prendo già mai non si corse.

99/126

Tanto m'aggrada il tuo comandamento,
che l'ubbidir, se già fosse, m'è tardi.

100/126

Ne li occhi porta la mia donna Amore.


Biografia di Dante