Biografia di Giovanni Meli

Giovanni Meli
Nazione: Italia    
Giovanni Meli nacque a Palermo il 6 marzo 1740 e morì sempre a Palermo il 20 dicembre 1815. Fu poeta e drammaturgo.

Era figlio di un orafo di condizione modesta, Michele Meli, e di Vincenza Caruso. La famiglia non era nobile, ma abbastanza agiata da permettergli studi regolari. Fin da ragazzo mostrò una vivace inclinazione per le lettere: frequentò le scuole dei gesuiti, dove ricevette una solida formazione latina e retorica, e lesse con passione i poeti classici e gli autori italiani, in particolare quelli di gusto arcadico.

Nel clima culturale della Palermo di metà Settecento, appunto ancora segnato dalla poetica dell'Arcadia, Meli compose i primi versi, in italiano e in siciliano, e entrò in contatto con i circoli letterari della città. Per volontà della famiglia, e anche per una naturale curiosità verso le scienze, si dedicò agli studi di medicina, conseguendo la laurea intorno al 1764 e sviluppando un interesse per la fisica e la chimica che non abbandonò mai.

Il suo primo lavoro importante in siciliano fu La fata galanti, poema giocoso scritto negli anni giovanili, in cui sperimentava la possibilità di usare il dialetto come lingua letteraria a pieno titolo e non solo come strumento comico o popolare.

Dopo la laurea esercitò la professione di medico a Cinisi, un piccolo centro sulla costa occidentale vicino a Palermo, dove rimase per alcuni anni. Questo soggiorno in campagna fu decisivo per la sua poesia: a contatto con il paesaggio e con la vita dei contadini maturò il gusto per la natura e per la rappresentazione semplice e schietta dei sentimenti, che avrebbe caratterizzato le sue liriche più celebri. A quel periodo risale anche Origini di lu munnu, un poemetto in cui reinterpretava con ironia il tema della nascita del mondo e dell'uomo.

Tornato a Palermo, Meli entrò stabilmente nella vita culturale della città. La sua fama di poeta crebbe, e la sua produzione si ampliò con canzonette, odi, egloghe e componimenti di vario genere, nei quali univa la grazia anacreontica e la lezione dell'Arcadia a una sensibilità più moderna, influenzata dal pensiero illuminista.

Fu proprio in questa stagione che compose le liriche per le quali è oggi più ricordato, tra cui La cicala, in cui il canto dell'insetto diventa simbolo di una vita semplice e di una libertà serena, lontana dalle preoccupazioni degli uomini. Il suo stile, apparentemente leggero e musicale, nascondeva una profonda attenzione alla lingua e alla forma, e portava il siciliano a una dignità poetica fino ad allora poco consueta.

Alla fine degli anni Ottanta Meli ottenne un importante riconoscimento accademico: nel 1787 fu nominato professore di chimica presso la Regia Accademia degli Studi di Palermo, la futura università.

Il fatto che un poeta fosse anche scienziato e docente non apparve strano nella cultura del tempo, e Meli stesso rivendicò sempre l'unità del sapere, scrivendo anche opere di argomento scientifico e filosofico. In quegli stessi anni portò a termine Don Chisciotti e Sanciu Panza, un poema eroicomico in ottave che rielabora liberamente il romanzo di Cervantes, e raccolse gran parte delle sue poesie siciliane in volume.

Negli anni successivi la sua reputazione si consolidò ben oltre la Sicilia. Ebbe il favore della corte borbonica e del re Ferdinando, che gli concesse una pensione e onori ufficiali, e fu considerato il massimo poeta dell'isola, tanto da essere chiamato anche "l'Abate Meli", per l'abito ecclesiastico che indossava pur senza svolgere una vera carriera religiosa.

Il suo atteggiamento verso gli eventi politici fu sempre moderato e prudente: osservò con diffidenza le agitazioni rivoluzionarie della fine del secolo e preferì mantenere una posizione di equilibrio, restando fedele a una visione pacata e tollerante della vita.

Negli ultimi anni Meli continuò a scrivere e a rivedere le proprie opere, dedicandosi anche alle Favuli murali, raccolta di favole in siciliano che rielaborava la tradizione di Esopo e La Fontaine con un'intenzione morale e satirica.

Morì a Palermo nel 1815, circondato dalla stima dei contemporanei, e fu sepolto nella chiesa di San Domenico, il luogo che accoglie le tombe di molti illustri siciliani. La sua opera fu in seguito accolta come uno dei vertici della letteratura dialettale italiana, e Meli venne indicato come il poeta che aveva dato al siciliano una voce lirica capace di competere con le grandi lingue letterarie.


Frasi di Giovanni Meli

Per ora abbiamo un totale di 1 frasi.
Ove necessario le abbiamo suddivise in pagine da 50 frasi ciascuna.
Intanto te ne inseriamo una qui come stuzzichino.

Donna bedda senz'amuri
è 'na rosa fatta 'n cira;
senza vezzi, senza oduri,
chi non vegeta né spira.


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