Biografia di Giacomo Matteotti

Giacomo Matteotti
Nazione: Italia    
Giacomo Lauro Matteotti nacque a Fratta Polesine (RO) il 22 maggio 1885 e morì a Roma il 10 giugno 1924. Fu politico e giornalista.

La famiglia era originaria del Trentino e si era trasferita nel Polesine nella prima metà dell'Ottocento, quando la provincia faceva ancora parte del Regno Lombardo-Veneto. Proprietari di una miniera di ferro a Comasine, in Val di Pejo, i Matteotti operavano nel commercio di lavorati e semilavorati di ferro e rame, ed erano già in possesso di una discreta fortuna quando trasferirono nel Rodigino la loro attività.

Quando nacque Giacomo, dunque, la famiglia poteva annoverarsi fra quelle agiate della provincia. Giacomo fu il penultimo di sette figli, quattro dei quali morirono in tenera età. Dei tre che giunsero all'età adulta, il fratello maggiore Matteo si dedicò agli studi di economia politica prima a Venezia e poi a Torino, alla scuola di Francesco Saverio Nitti e a fianco di Luigi Einaudi, ma morì poco più che trentenne.

Quell'influsso ebbe una grande importanza nell'orientare Giacomo sia agli studi accademici sia all'attività politica nelle file del socialismo. L'altro fratello, Silvio, probabilmente destinato a condurre le attività di famiglia, morì nel 1910 a ventidue anni, lasciando Giacomo unico superstite dei sette fratelli.

Crebbe in un territorio segnato da povertà diffusa: la popolazione del Polesine, composta prevalentemente da contadini e braccianti, viveva in condizioni miserabili e si orientava verso il socialismo, mentre un terzo dei residenti emigrava verso l'estero, soprattutto verso il Sud America. La sensibilità politica e morale di Giacomo fu certamente sollecitata da quell'ambiente degradato.

Compì gli studi superiori a Rovigo, poi frequentò la facoltà di Giurisprudenza a Bologna, dove si laureò il 7 novembre 1907 discutendo la tesi in diritto e procedura penale con Alessandro Stoppato, giurista eminente di orientamento clerico-moderato. A soli due mesi dalla laurea venne eletto consigliere comunale del suo paese natale. Non abbandonò però l'ambizione accademica: incoraggiato dallo stesso Stoppato, suo relatore e maestro liberale, pubblicò rielaborando la tesi di laurea il saggio La Recidiva. Saggio di revisione critica con dati statistici, in cui poneva l'urgenza della riforma del sistema penale e penitenziale.

Il suo impegno politico locale lo portò a ricoprire l'incarico di assessore, di sindaco, e infine, a venticinque anni, di Consigliere provinciale di Rovigo, l'8 agosto 1910: un incarico che lo costrinse a interrompere un soggiorno di studio a Oxford, poiché il Consiglio provinciale respinse le sue dimissioni.

Di formazione giuridica, si dedicò dal 1910 quasi esclusivamente all'attività politica nella corrente riformista del Partito socialista. Nel Polesine operò per la costituzione di camere del lavoro e cooperative e per l'incremento dell'attività socialista negli enti locali. Da coerente antimilitarista, si dichiarò fermamente contrario all'intervento dell'Italia nella Prima guerra mondiale, come aveva già fatto in occasione della guerra in Libia.

Nel dopoguerra fu consigliere provinciale a Rovigo e dirigente della Lega dei comuni socialisti, e fu tra gli organizzatori delle lotte dei braccianti per il collocamento e l'imponibile della manodopera. Nel 1919 venne eletto deputato per la prima volta nel collegio di Rovigo e Ferrara, riportando il maggior numero di preferenze.

Furono questi gli anni in cui la sua opposizione al fascismo nascente prese piena forma. Comprese fin da subito che il movimento fascista rappresentava un pericolo per le organizzazioni operaie, e ne lesse l'ascesa come risposta violenta della borghesia agraria ai propri interessi lesi dai nuovi patti agrari. Le sue frequenti e coraggiose denunce delle violenze squadristiche lo resero un dirigente popolare, consegnandolo al tempo stesso all'odio del radicalismo fascista.

Il 12 marzo 1921 subì una gravissima violenza dai fascisti di Castelguglielmo. Sebbene messo al bando dalle organizzazioni fasciste polesane, partecipò attivamente alla campagna per le elezioni politiche del maggio 1921, dove riuscì eletto nel collegio Padova-Rovigo. Dopo l'espulsione dei riformisti dal Partito Socialista Italiano e la nascita del Partito Socialista Unitario, nel 1922 fu eletto all'unanimità segretario della nuova formazione, della quale promosse direttamente la costituzione.

Nel 1924, la tensione tra Matteotti e il regime ormai al potere raggiunse il culmine. Affermatosi il fascismo, alla Camera dei deputati pronunciò una documentata requisitoria, acquisita agli atti del Parlamento, sulle violenze fasciste contro i candidati socialisti, comunisti, repubblicani e liberali progressisti. Nei suoi accalorati discorsi parlamentari, denunciò le violenze del regime, i soprusi e il broglio elettorale del 6 aprile 1924.

Quel discorso, pronunciato il 30 maggio 1924, gli fu fatale: sul giornale Il Popolo d'Italia Mussolini scrisse immediatamente che era necessario "dare una lezione al deputato del Polesine". Secondo alcuni studiosi, Matteotti aveva inoltre intenzione di rivelare alla Camera, l'11 giugno, gravi casi di corruzione legati alla concessione del monopolio dello sfruttamento del sottosuolo italiano alla compagnia petrolifera Sinclair Oil, in cambio di tangenti destinate a finanziare il giornale e il partito fascista, ma quel discorso non fu mai pronunciato.

Il 10 giugno 1924, alle 16.30, un gruppo di arditi attese Matteotti sul lungotevere Arnaldo da Brescia, e dopo averlo tramortito lo caricò a forza su una Lancia avuta in prestito dal direttore del Corriere italiano, Filippo Filippelli, che venne lanciata a folle velocità verso ponte Milvio. Trovò la morte durante la colluttazione seguita al sequestro, colpito a morte da un oggetto acuminato.

La squadra fascista che lo rapì era guidata da Amerigo Dumini e apparteneva alla Ceka del Viminale, organizzazione segreta nata per colpire gli oppositori del regime. I cinque responsabili materiali del delitto, Dumini, Volpi, Malacria, Poveromo e Viola, furono arrestati già nei giorni successivi al sequestro.

Il cadavere venne rinvenuto due mesi dopo, il 16 agosto, lungo la via Flaminia, in località Quartarella, in una fossa scavata in una fitta boscaglia. Trasferita in treno a Fratta di notte, per evitare manifestazioni di cordoglio, la cassa con i suoi resti fu esposta nella villa in cui era vissuto, oggi divenuta museo. Il funerale e l'inumazione nel cimitero ebbero luogo il 21 agosto, e al corteo presero parte circa diecimila persone, quasi il triplo della popolazione di Fratta in quegli anni.

Il delitto Matteotti provocò la più grave crisi politica mai occorsa al fascismo nei vent'anni in cui fu al potere, sfociando nella secessione dell'Aventino. Il 3 gennaio 1925 Mussolini si assunse, davanti alla Camera, la responsabilità morale e politica dell'accaduto, aprendo la strada alle leggi "fascistissime" e alla decadenza dei deputati aventiniani.

L'eco di quella vicenda non si esaurì in Italia: a Vienna tra il 1926 e il 1927 fu costruito un complesso di case popolari ribattezzato Matteottihof, mentre nel 1936, durante la guerra civile spagnola, agì tra le Brigate Internazionali il Battaglione Matteotti, e durante la Resistenza italiana il PSIUP costituì le Brigate Matteotti.

Ancora oggi Giacomo Matteotti è il politico del Novecento più citato nella toponomastica italiana, con circa tremila intitolazioni tra ponti, strade, piazze e scuole, e la sua casa natale a Fratta Polesine è oggi una Casa-Museo riconosciuta monumento nazionale dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La sua figura resta uno dei simboli più alti del sacrificio per la libertà nella storia politica italiana del Novecento.


Frasi di Giacomo Matteotti

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Intanto te ne inseriamo una qui come stuzzichino.

Uccidete me, ma l'idea che è in me non la ucciderete mai.


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