Biografia di Walter Bonatti
Nazione: Italia
Walter Bonatti nacque a Bergamo il 22 giugno 1930 e morì a Roma il 13 settembre 2011. Fu alpinista, esploratore, giornalista e scrittore.
Nacque in una famiglia modesta: il padre Angelo era operaio, la madre Agostina Appiani si dedicava alla casa. Cresciuto in un ambiente urbano e privo di legami diretti con la montagna, si avvicinò da ragazzo allo sport quasi per caso, praticando ginnastica presso la società "Liberi e Forti" più per seguire gli amici che per vera vocazione.
Successivamente si impiegò come operaio alla Falck ed entrò nel gruppo monzese dei "Pell e oss", ambiente da cui, come era già accaduto per l'alpinista Riccardo Cassin, sarebbe germogliata la sua futura passione per la montagna, coltivata dapprima sulle pareti della Grigna.
Fu proprio questa scoperta tardiva ma travolgente a spingerlo, ancora giovanissimo, a trasferire la propria vita a Courmayeur, ai piedi del Monte Bianco, in quella che egli stesso avrebbe poi descritto come una vera e propria rinascita personale. A soli diciannove anni ripeté alcune delle vie più impegnative aperte da Cassin, come lo sperone Walker sul Monte Bianco e la parete del Badile, dando inizio a una stagione di prime ascensioni che lo avrebbe presto imposto come uno dei più promettenti alpinisti della propria generazione.
Salì così la parete est del Grand Capucin nel 1951, la prima volta che qualcuno riusciva a scalare quell'obelisco di granito rosso nel massiccio del Bianco, oltre alla cresta sud dell'Aiguille Noire de Peuterey e, insieme a Roberto Bignami, alla prima invernale della diretta della cresta di Furggen sul Cervino.
Nel 1954, a ventiquattro anni, fu chiamato a far parte della spedizione italiana organizzata dal Club Alpino Italiano e guidata da Ardito Desio per la conquista del K2, la seconda vetta più alta della Terra, mai scalata prima, un'impresa destinata a portare gloria nazionale un anno dopo la conquista dell'Everest da parte di Edmund Hillary e Tenzing Norgay.
Nella spedizione, a Bonatti, che era il più giovane e meno affermato del gruppo, fu affidato il compito di trasportare, insieme al portatore hunza Mahdi, alcune bombole d'ossigeno fino all'ultimo campo per la cordata di punta, composta da Achille Compagnoni e Lino Lacedelli; per un equivoco mai del tutto chiarito, però, i due non riuscirono a raggiungere la tenda dei compagni nel buio della notte e furono costretti a un bivacco all'aperto oltre gli ottomila metri, sopravvivendo per miracolo, mentre il giorno successivo Compagnoni e Lacedelli, recuperate le bombole, raggiunsero la vetta.
L'episodio, ribattezzato poi il "caso K2", segnò irrimediabilmente la vita di Bonatti: attorno a lui si costruì per decenni, complice anche la versione ufficiale fornita dal capo spedizione Desio, la fama di un individualista incosciente e spregiudicato, quasi un intruso che avrebbe messo a rischio la spedizione per pura ambizione personale.
Questa accusa lo mise in rotta di collisione con l'ambiente dell'alpinismo istituzionale e con il CAI, e che alimentò polemiche e cause legali trascinatesi per oltre mezzo secolo, fino a quando, ormai settantenne, poté finalmente vedere riconosciuta la propria versione dei fatti e ripudiate le scorrettezze contenute nel racconto ufficiale della spedizione.
Fu proprio per reagire a quell'onta ingiusta che Bonatti, l'estate successiva, nell'agosto 1955, affrontò una delle imprese più celebri della storia dell'alpinismo: la scalata in solitaria, durata sei giorni, del pilastro sud-ovest del Petit Dru, nel massiccio del Monte Bianco, una parete verticale di quasi mille metri che aveva resistito a numerosi tentativi precedenti.
L'impresa, raccontata dallo stesso Bonatti come il tentativo di credere che non fosse vero di essere ormai un uomo finito e di riscattare così se stesso, lo rese celebre anche al di fuori del ristretto ambiente alpinistico, imponendolo come uno dei più grandi scalatori del proprio tempo. Nel 1965, nell'anniversario della prima ascensione del Cervino, tornò a colpire l'immaginazione collettiva con una nuova impresa solitaria e invernale, aprendo una via diretta sulla parete nord della montagna.
Deluso dall'ambiente dell'alpinismo agonistico e dalle polemiche che continuavano ad accompagnarlo, Bonatti scelse a un certo punto di abbandonare le grandi spedizioni competitive per dedicarsi a viaggi ed esplorazioni in luoghi remoti del pianeta, spesso da solo o quasi, intraprendendo spedizioni in Patagonia, dove tentò senza successo la scalata del Cerro Torre, e poi in Africa, Congo, Nuova Guinea, Australia e Antartide.
Fu in quegli anni che si affermò anche come giornalista e scrittore, diventando inviato per il settimanale Epoca, per cui firmò per anni reportage dai luoghi più remoti del mondo, e pubblicando numerosi libri di successo, tra cui Le mie montagne, Processo al K2 (1985), nel quale ripercorse in maniera documentata la vicenda che lo aveva segnato, K2: storia di un caso (1995) e Montagne di una vita (1995).
Nella vita privata Bonatti trovò per anni compagnia e serenità accanto all'attrice e scrittrice Rossana Podestà, con cui condivise quelli che egli stesso considerò gli anni più felici della propria esistenza. Solo dopo che il CAI ebbe formalmente rivisto la propria posizione sul caso K2, Bonatti accettò di tornare a esporsi pubblicamente, partecipando a trasmissioni televisive e interviste, tra cui quella celebre concessa a Enzo Biagi nel 1983 e quella rilasciata a Che tempo che fa nel 2009.
Bonatti morì a Roma all'età di ottantuno anni, lasciando un'eredità alpinistica e umana che lo stesso Reinhold Messner avrebbe definito quella di un uomo pulito, calunniato per cinquant'anni ma alla fine unanimemente riconosciuto nel proprio diritto, e che resta ancora oggi ricordata come una delle vicende più intense e controverse dell'intera storia dell'alpinismo italiano.
Nacque in una famiglia modesta: il padre Angelo era operaio, la madre Agostina Appiani si dedicava alla casa. Cresciuto in un ambiente urbano e privo di legami diretti con la montagna, si avvicinò da ragazzo allo sport quasi per caso, praticando ginnastica presso la società "Liberi e Forti" più per seguire gli amici che per vera vocazione.
Successivamente si impiegò come operaio alla Falck ed entrò nel gruppo monzese dei "Pell e oss", ambiente da cui, come era già accaduto per l'alpinista Riccardo Cassin, sarebbe germogliata la sua futura passione per la montagna, coltivata dapprima sulle pareti della Grigna.
Fu proprio questa scoperta tardiva ma travolgente a spingerlo, ancora giovanissimo, a trasferire la propria vita a Courmayeur, ai piedi del Monte Bianco, in quella che egli stesso avrebbe poi descritto come una vera e propria rinascita personale. A soli diciannove anni ripeté alcune delle vie più impegnative aperte da Cassin, come lo sperone Walker sul Monte Bianco e la parete del Badile, dando inizio a una stagione di prime ascensioni che lo avrebbe presto imposto come uno dei più promettenti alpinisti della propria generazione.
Salì così la parete est del Grand Capucin nel 1951, la prima volta che qualcuno riusciva a scalare quell'obelisco di granito rosso nel massiccio del Bianco, oltre alla cresta sud dell'Aiguille Noire de Peuterey e, insieme a Roberto Bignami, alla prima invernale della diretta della cresta di Furggen sul Cervino.
Nel 1954, a ventiquattro anni, fu chiamato a far parte della spedizione italiana organizzata dal Club Alpino Italiano e guidata da Ardito Desio per la conquista del K2, la seconda vetta più alta della Terra, mai scalata prima, un'impresa destinata a portare gloria nazionale un anno dopo la conquista dell'Everest da parte di Edmund Hillary e Tenzing Norgay.
Nella spedizione, a Bonatti, che era il più giovane e meno affermato del gruppo, fu affidato il compito di trasportare, insieme al portatore hunza Mahdi, alcune bombole d'ossigeno fino all'ultimo campo per la cordata di punta, composta da Achille Compagnoni e Lino Lacedelli; per un equivoco mai del tutto chiarito, però, i due non riuscirono a raggiungere la tenda dei compagni nel buio della notte e furono costretti a un bivacco all'aperto oltre gli ottomila metri, sopravvivendo per miracolo, mentre il giorno successivo Compagnoni e Lacedelli, recuperate le bombole, raggiunsero la vetta.
L'episodio, ribattezzato poi il "caso K2", segnò irrimediabilmente la vita di Bonatti: attorno a lui si costruì per decenni, complice anche la versione ufficiale fornita dal capo spedizione Desio, la fama di un individualista incosciente e spregiudicato, quasi un intruso che avrebbe messo a rischio la spedizione per pura ambizione personale.
Questa accusa lo mise in rotta di collisione con l'ambiente dell'alpinismo istituzionale e con il CAI, e che alimentò polemiche e cause legali trascinatesi per oltre mezzo secolo, fino a quando, ormai settantenne, poté finalmente vedere riconosciuta la propria versione dei fatti e ripudiate le scorrettezze contenute nel racconto ufficiale della spedizione.
Fu proprio per reagire a quell'onta ingiusta che Bonatti, l'estate successiva, nell'agosto 1955, affrontò una delle imprese più celebri della storia dell'alpinismo: la scalata in solitaria, durata sei giorni, del pilastro sud-ovest del Petit Dru, nel massiccio del Monte Bianco, una parete verticale di quasi mille metri che aveva resistito a numerosi tentativi precedenti.
L'impresa, raccontata dallo stesso Bonatti come il tentativo di credere che non fosse vero di essere ormai un uomo finito e di riscattare così se stesso, lo rese celebre anche al di fuori del ristretto ambiente alpinistico, imponendolo come uno dei più grandi scalatori del proprio tempo. Nel 1965, nell'anniversario della prima ascensione del Cervino, tornò a colpire l'immaginazione collettiva con una nuova impresa solitaria e invernale, aprendo una via diretta sulla parete nord della montagna.
Deluso dall'ambiente dell'alpinismo agonistico e dalle polemiche che continuavano ad accompagnarlo, Bonatti scelse a un certo punto di abbandonare le grandi spedizioni competitive per dedicarsi a viaggi ed esplorazioni in luoghi remoti del pianeta, spesso da solo o quasi, intraprendendo spedizioni in Patagonia, dove tentò senza successo la scalata del Cerro Torre, e poi in Africa, Congo, Nuova Guinea, Australia e Antartide.
Fu in quegli anni che si affermò anche come giornalista e scrittore, diventando inviato per il settimanale Epoca, per cui firmò per anni reportage dai luoghi più remoti del mondo, e pubblicando numerosi libri di successo, tra cui Le mie montagne, Processo al K2 (1985), nel quale ripercorse in maniera documentata la vicenda che lo aveva segnato, K2: storia di un caso (1995) e Montagne di una vita (1995).
Nella vita privata Bonatti trovò per anni compagnia e serenità accanto all'attrice e scrittrice Rossana Podestà, con cui condivise quelli che egli stesso considerò gli anni più felici della propria esistenza. Solo dopo che il CAI ebbe formalmente rivisto la propria posizione sul caso K2, Bonatti accettò di tornare a esporsi pubblicamente, partecipando a trasmissioni televisive e interviste, tra cui quella celebre concessa a Enzo Biagi nel 1983 e quella rilasciata a Che tempo che fa nel 2009.
Bonatti morì a Roma all'età di ottantuno anni, lasciando un'eredità alpinistica e umana che lo stesso Reinhold Messner avrebbe definito quella di un uomo pulito, calunniato per cinquant'anni ma alla fine unanimemente riconosciuto nel proprio diritto, e che resta ancora oggi ricordata come una delle vicende più intense e controverse dell'intera storia dell'alpinismo italiano.
Frasi di Walter Bonatti
Per ora abbiamo un totale di 9 frasi.
Ove necessario le abbiamo suddivise in pagine da 50 frasi ciascuna.
Intanto te ne inseriamo una qui come stuzzichino.
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La montagna più alta da scalare rimane sempre dentro di noi.
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