Biografia di Piovano Arlotto

Piovano Arlotto
Nazione: Italia    
Arlotto Mainardi nacque a Firenze il 25 dicembre 1396 e morì sempre a Firenze il 26 dicembre 1484. Fu un presbitero.

Figlio di Giovanni Mainardi, notaio spesso indebitato e finito più volte nel carcere delle Stinche, e di madre ignota, crebbe in un ambiente segnato dalla piccola borghesia mercantile fiorentina fra la fine del Trecento e il primo Rinascimento.

Da giovane fu avviato alla carriera mercantile: dopo studi generali di lettere e aritmetica trovò impiego nell'Arte della Lana, inserendosi nel mondo dei traffici e dei conti, ma intorno ai ventotto anni decise una svolta radicale, indossando la tonaca e intraprendendo il cammino ecclesiastico, pur senza rinunciare al suo temperamento arguto e giocoso.

Nel 1424 papa Martino V lo nominò pievano della chiesa di San Cresci a Macioli, nel Mugello, nella diocesi di Fiesole, dove il 3 marzo 1425 ricevette il diaconato nel duomo di Firenze dall'arcivescovo Amerigo Corsini e il 12 novembre dello stesso anno unì al beneficio parrocchiale anche la cappella di Sant'Andrea in cattedrale, assumendo incarichi che mantenne per decenni fino a pochi anni prima della morte.

Come parroco di San Cresci trovò la pieve in stato di abbandono, ma si rivelò abile amministratore promuovendo un ampio restauro affidato a maestri come Giuliano da Maiano e Bernardo Rossellino, finanziato dalla potente famiglia Neroni che deteneva il patronato sulla chiesa, mentre lui continuava a frequentare osterie e a viaggiare tra città italiane e corti straniere, ospite di sovrani e signori come comprova la tradizione sulle sue visite alle corti di Napoli e forse di Ferrante d'Aragona.

Il suo comportamento anticonformista attirò invidie e accuse: nel 1431 fu punito insieme ad altri cappellani per vari misfatti e nel 1449 dovette comparire davanti alle autorità ecclesiastiche per reati che andavano dalla vendita delle campane della chiesa alla "deflorazione di vergini", episodi che testimoniano una vita irriverente e libera per un sacerdote del tempo, pur senza mai perdere il favore popolare.

Il soprannome di "Piovano Arlotto" divenne presto sinonimo di sacerdote arguto, maestro in motti e beffe, che si fingeva ingenuo per smascherare l'avarizia, la stupidità e la prepotenza dei potenti, sempre schierato, secondo la tradizione, dalla parte dei più deboli e bisognosi.

La sua fama letteraria nacque postuma, quando un amico anonimo raccolse aneddoti, scherzi e racconti che circolavano oralmente e pubblicò nella seconda metà del Quattrocento il volumetto in volgare Motti e facezie del Piovano Arlotto, un affresco vivace della vita a Firenze e nel suo contado al tempo di Lorenzo il Magnifico, in cui Arlotto appare protagonista di storielle paradossali, dialoghi arguti e burle spesso licenziose ma moralmente esemplari, divenute uno dei rari esempi di trattazione popolare della morale e del costume rinascimentale.

L'opera, diffusa in numerose edizioni e tradotta più volte in volgari diversi, alimentò una vera e propria leggenda attorno al personaggio, tanto che tra Sette e Ottocento poeti come Giovanni Battista Bada gli dedicarono rifacimenti dialettali, mentre la cultura erudita lo recuperò come figura emblematica dell'umorismo toscano.

Quando morì, all'età di ottantotto anni, lasciò dietro di sé una memoria di prete fuori dagli schemi, sospeso fra storia e aneddoto, la cui immagine letteraria ha continuato a rappresentare, per secoli, lo spirito pungente e realistico del popolo fiorentino.


Frasi di Piovano Arlotto

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