Biografia di Reinhold Messner
Nazione: Italia
Reinhold Andreas Messner nacque a Bressanone (BZ) il 17 settembre 1944. É alpinista, esploratore, scrittore e uomo politico.
Era il secondogenito di nove fratelli in una famiglia sudtirolese di lingua tedesca. Fu il padre Josef, un insegnante, ad avviarlo fin da bambino alla montagna, portandolo sulla sua prima vetta, il Sass Rigais nelle Dolomiti, quando aveva appena cinque anni; l'infanzia trascorse così tra le pareti dolomitiche di casa, un ambiente che avrebbe segnato in maniera indelebile tutta la sua vita futura.
Completò gli studi tecnici come geometra e frequentò per un periodo l'Università di Padova, ma la vera scuola di formazione restò l'arrampicata, che praticò fin da giovanissimo con risultati fuori dal comune, tanto da farsi notare già negli anni Sessanta per una serie di ascensioni solitarie particolarmente rischiose sulle pareti alpine, che gli valsero una prima fama come uno dei più promettenti scalatori della propria generazione.
Nel 1970 Messner visse l'episodio più drammatico e insieme più decisivo della propria vita: invitato a partecipare a una grande spedizione himalayana diretta alla parete Rupal del Nanga Parbat, ancora inviolata, ne raggiunse la vetta insieme al fratello minore Günther, ma questi morì due giorni dopo durante la discesa lungo il versante opposto, quello del Diamir.
Reinhold perse sette dita dei piedi per i gravissimi congelamenti riportati durante l'impresa, e per anni fu bersaglio di accuse infamanti, secondo cui avrebbe abbandonato il fratello sulla vetta pur di realizzare per primo l'attraversamento del versante Diamir; solo trent'anni più tardi, nel 2005, il ritrovamento del corpo di Günther esattamente nel punto in cui Reinhold aveva sempre sostenuto fosse scomparso avrebbe dimostrato l'infondatezza di quelle accuse.
Nonostante il trauma, o forse proprio a causa di esso, Messner scelse di proseguire la propria vita di scalatore, diventando negli anni Settanta uno dei principali sostenitori dello "stile alpino" nelle grandi spedizioni himalayane, un approccio leggero e veloce, senza portatori d'alta quota né ossigeno supplementare, in aperta contrapposizione con le spedizioni pesanti allora prevalenti.
Nel 1975 realizzò insieme a Peter Habeler la prima ascensione del Gasherbrum I senza uso di ossigeno supplementare, un'impresa che anticipò il traguardo più clamoroso della sua carriera: nel maggio 1978, sempre in cordata con Habeler, salì per primo sull'Everest senza l'ausilio di bombole d'ossigeno, un'impresa che molti esperti dell'epoca giudicavano fisiologicamente impossibile.
Sempre nel 1978 Messner tornò al Nanga Parbat, questa volta da solo, realizzando la prima salita in solitaria e in stile alpino di un ottomila della storia, un'esperienza al limite della sopravvivenza che egli stesso avrebbe poi descritto come una prova fisica mai affrontata prima.
Nel 1979 guidò una piccola spedizione al K2, e nel 1980 tornò sull'Everest per scalarlo questa volta interamente da solo e ancora una volta senza ossigeno, altro primato mondiale che consolidò definitivamente la sua fama di alpinista capace di ridefinire i limiti stessi dell'alpinismo d'alta quota.
Proseguì negli anni Ottanta la propria collezione di ascensioni ai giganti himalayani, e il 16 ottobre 1986, con la salita al Lhotse, divenne il primo uomo al mondo ad aver scalato tutte e quattordici le vette sopra gli ottomila metri della Terra, un traguardo che nessuno scalatore aveva mai raggiunto prima e che gli garantì una fama planetaria. Nel corso della sua carriera avrebbe effettuato complessivamente oltre cento spedizioni e circa 3.500 ascensioni, un centinaio delle quali prime assolute, aprendo inoltre più di cento nuove vie di arrampicata.
Nel corso degli anni Messner affiancò all'attività alpinistica un'intensa produzione letteraria e un impegno pubblico su più fronti: scrisse decine di libri, tra cui Il limite della vita (1980), La mia strada (1983) e, più tardi, La montagna nuda (2003) e l'autobiografia La vita secondo me (2014), pubblicata in occasione del proprio settantesimo compleanno.
Si dedicò anche alla politica ambientalista, venendo eletto negli anni Novanta come eurodeputato per i Verdi, con un impegno particolare per la tutela delle grandi catene montuose del mondo, e trasformò infine la propria passione collezionistica in un progetto museale, il Messner Mountain Museum, una rete di sedi espositive dedicate alla montagna disseminate tra l'Alto Adige e le Dolomiti.
Ancora oggi, oltre gli ottant'anni d'età, Reinhold Messner continua a vivere a Merano insieme alla moglie Diane e a dedicarsi alla scrittura e alla divulgazione della propria esperienza di alpinista, restando una delle figure più celebri e controverse della storia dell'alpinismo mondiale. Alcuni lo celebrano come il più grande scalatore di tutti i tempi, capace di trasformare la montagna in una vera e propria filosofia di vita fondata sul rischio calcolato e sull'accettazione del limite, altri lo criticano per un temperamento spesso spigoloso e per polemiche, come quella legata alla tragedia del Nanga Parbat, che lo hanno accompagnato per gran parte della carriera.
Era il secondogenito di nove fratelli in una famiglia sudtirolese di lingua tedesca. Fu il padre Josef, un insegnante, ad avviarlo fin da bambino alla montagna, portandolo sulla sua prima vetta, il Sass Rigais nelle Dolomiti, quando aveva appena cinque anni; l'infanzia trascorse così tra le pareti dolomitiche di casa, un ambiente che avrebbe segnato in maniera indelebile tutta la sua vita futura.
Completò gli studi tecnici come geometra e frequentò per un periodo l'Università di Padova, ma la vera scuola di formazione restò l'arrampicata, che praticò fin da giovanissimo con risultati fuori dal comune, tanto da farsi notare già negli anni Sessanta per una serie di ascensioni solitarie particolarmente rischiose sulle pareti alpine, che gli valsero una prima fama come uno dei più promettenti scalatori della propria generazione.
Nel 1970 Messner visse l'episodio più drammatico e insieme più decisivo della propria vita: invitato a partecipare a una grande spedizione himalayana diretta alla parete Rupal del Nanga Parbat, ancora inviolata, ne raggiunse la vetta insieme al fratello minore Günther, ma questi morì due giorni dopo durante la discesa lungo il versante opposto, quello del Diamir.
Reinhold perse sette dita dei piedi per i gravissimi congelamenti riportati durante l'impresa, e per anni fu bersaglio di accuse infamanti, secondo cui avrebbe abbandonato il fratello sulla vetta pur di realizzare per primo l'attraversamento del versante Diamir; solo trent'anni più tardi, nel 2005, il ritrovamento del corpo di Günther esattamente nel punto in cui Reinhold aveva sempre sostenuto fosse scomparso avrebbe dimostrato l'infondatezza di quelle accuse.
Nonostante il trauma, o forse proprio a causa di esso, Messner scelse di proseguire la propria vita di scalatore, diventando negli anni Settanta uno dei principali sostenitori dello "stile alpino" nelle grandi spedizioni himalayane, un approccio leggero e veloce, senza portatori d'alta quota né ossigeno supplementare, in aperta contrapposizione con le spedizioni pesanti allora prevalenti.
Nel 1975 realizzò insieme a Peter Habeler la prima ascensione del Gasherbrum I senza uso di ossigeno supplementare, un'impresa che anticipò il traguardo più clamoroso della sua carriera: nel maggio 1978, sempre in cordata con Habeler, salì per primo sull'Everest senza l'ausilio di bombole d'ossigeno, un'impresa che molti esperti dell'epoca giudicavano fisiologicamente impossibile.
Sempre nel 1978 Messner tornò al Nanga Parbat, questa volta da solo, realizzando la prima salita in solitaria e in stile alpino di un ottomila della storia, un'esperienza al limite della sopravvivenza che egli stesso avrebbe poi descritto come una prova fisica mai affrontata prima.
Nel 1979 guidò una piccola spedizione al K2, e nel 1980 tornò sull'Everest per scalarlo questa volta interamente da solo e ancora una volta senza ossigeno, altro primato mondiale che consolidò definitivamente la sua fama di alpinista capace di ridefinire i limiti stessi dell'alpinismo d'alta quota.
Proseguì negli anni Ottanta la propria collezione di ascensioni ai giganti himalayani, e il 16 ottobre 1986, con la salita al Lhotse, divenne il primo uomo al mondo ad aver scalato tutte e quattordici le vette sopra gli ottomila metri della Terra, un traguardo che nessuno scalatore aveva mai raggiunto prima e che gli garantì una fama planetaria. Nel corso della sua carriera avrebbe effettuato complessivamente oltre cento spedizioni e circa 3.500 ascensioni, un centinaio delle quali prime assolute, aprendo inoltre più di cento nuove vie di arrampicata.
Nel corso degli anni Messner affiancò all'attività alpinistica un'intensa produzione letteraria e un impegno pubblico su più fronti: scrisse decine di libri, tra cui Il limite della vita (1980), La mia strada (1983) e, più tardi, La montagna nuda (2003) e l'autobiografia La vita secondo me (2014), pubblicata in occasione del proprio settantesimo compleanno.
Si dedicò anche alla politica ambientalista, venendo eletto negli anni Novanta come eurodeputato per i Verdi, con un impegno particolare per la tutela delle grandi catene montuose del mondo, e trasformò infine la propria passione collezionistica in un progetto museale, il Messner Mountain Museum, una rete di sedi espositive dedicate alla montagna disseminate tra l'Alto Adige e le Dolomiti.
Ancora oggi, oltre gli ottant'anni d'età, Reinhold Messner continua a vivere a Merano insieme alla moglie Diane e a dedicarsi alla scrittura e alla divulgazione della propria esperienza di alpinista, restando una delle figure più celebri e controverse della storia dell'alpinismo mondiale. Alcuni lo celebrano come il più grande scalatore di tutti i tempi, capace di trasformare la montagna in una vera e propria filosofia di vita fondata sul rischio calcolato e sull'accettazione del limite, altri lo criticano per un temperamento spesso spigoloso e per polemiche, come quella legata alla tragedia del Nanga Parbat, che lo hanno accompagnato per gran parte della carriera.
Frasi di Reinhold Messner
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Il tempo diventa più prezioso man mano che diminuisce.
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