Biografia di Pietro Abelardo
Nazione: Francia
Pierre Abélard nacque a Le Pallet, Francia il 12 febbraio 1079 e morì a Chalon-sur-Saône, Francia il 21 aprile 1142. Fu filosofo, teologo e insegnante.
Era il primogenito di una famiglia della piccola nobiltà feudale. Suo padre, Berengario, era un cavaliere con una discreta istruzione, e fu lui a volere che i figli ricevessero un'educazione letteraria prima di quella militare.
Pietro si appassionò così tanto allo studio che rinunciò al diritto di primogenitura a favore dei fratelli minori, scegliendo, come egli stesso racconterà più tardi nella Historia calamitatum, di abbandonare la corte di Marte per abbracciare il grembo di Minerva. Le armi, dunque, sarebbero state sostituite dalla dialettica, che egli considerava il suo vero campo di battaglia. Verso il 1094 lasciò la casa paterna e cominciò a peregrinare per le scuole della Francia, ascoltando i maestri più rinomati e mettendo alla prova la propria abilità nella disputa.
Intorno al 1100 giunse a Parigi, dove frequentò la scuola cattedrale di Notre-Dame e seguì le lezioni di Guglielmo di Champeaux, il più celebre maestro di dialettica del tempo, sostenitore di un realismo radicale sulla questione degli universali. Abelardo, però, non tardò a contestarlo, e le sue obiezioni misero in tale difficoltà il maestro da costringerlo a rivedere la propria dottrina.
Questo gli procurò la fama di brillante e temibile disputatore, ma gli attirò anche l'ostilità di Guglielmo e dei suoi allievi. Poco dopo, intorno al 1102, aprì una propria scuola a Melun e in seguito a Corbeil, più vicina a Parigi, con grande successo di pubblico, finché una malattia dovuta al troppo lavoro lo costrinse a tornare in Bretagna per alcuni anni a riposarsi.
Rientrato a Parigi attorno al 1108, trovò Guglielmo ritiratosi nell'abbazia di Saint-Victor, ma ancora pronto a polemizzare con lui. Dopo nuove dispute, Abelardo riuscì a imporsi e a ottenere una cattedra a Notre-Dame, vedendo accorrere a sé gli studenti. Decise allora di dedicarsi alla teologia e si recò a Laon, presso Anselmo, il maestro più autorevole in quel campo.
Ne rimase però deluso, giudicando il suo insegnamento ricco di parole ma povero di sostanza, e ben presto prese a disertarne le lezioni. Per dimostrare che bastava il proprio ingegno, si cimentò in un commento al profeta Ezechiele con una sola lezione improvvisata, ottenendo un tale successo da suscitare la gelosia di Anselmo e dei suoi discepoli, che lo costrinsero ad andarsene.
Tornato a Parigi, intorno al 1113 Abelardo insegnava ormai teologia e filosofia con grande fama, e la sua vita cambiò radicalmente quando incontrò Eloisa, nipote del canonico Fulberto. Eloisa era una giovane donna di eccezionale cultura, esperta di latino, greco ed ebraico, e Abelardo, che all'epoca aveva circa trentacinque anni, riuscì a farsi accogliere in casa di Fulberto come precettore della ragazza, con l'intento, come riconobbe lui stesso, di sedurla.
Tra i due nacque una passione intensa, che trascurò gli studi e trasformò le lezioni in pretesti d'amore. Quando Fulberto scoprì la relazione, la separò da lui, ma Eloisa era già incinta e Abelardo la portò in Bretagna, presso la propria famiglia, dove nacque il figlio, chiamato Astrolabio.
Per placare l'ira di Fulberto, Abelardo propose un matrimonio da mantenere segreto, in modo da non danneggiare la sua carriera ecclesiastica. Eloisa si oppose a lungo, sostenendo che il matrimonio avrebbe rovinato il futuro del filosofo e che preferiva essere la sua amica piuttosto che la sua moglie, ma infine cedette. Le nozze furono celebrate in segreto a Parigi, ma Fulberto ne divulgò la notizia, e quando Eloisa negò pubblicamente di essere sposata, Abelardo la fece trasferire nel monastero di Argenteuil, dove ella aveva trascorso l'infanzia.
Fulberto interpretò il gesto come un tentativo di sbarazzarsi di lei e ordinò una terribile vendetta: alcuni uomini penetrarono nella stanza di Abelardo mentre dormiva e lo evirarono. Umiliato e sconvolto, il filosofo decise di ritirarsi dal mondo, e nel 1118 prese l'abito monastico nell'abbazia di Saint-Denis, mentre Eloisa, per sua richiesta, prendeva il velo ad Argenteuil.
Nell'abbazia di Saint-Denis Abelardo non trovò la pace sperata. I suoi studenti lo pregarono di riprendere l'insegnamento e, ottenuto il permesso dall'abate, aprì una scuola in un priorato vicino, dove scrisse il Tractatus de unitate et trinitate divina, poi noto come Theologia Summi Boni. L'opera, che tentava di spiegare il mistero trinitario con strumenti razionali, suscitò l'ostilità di due suoi vecchi rivali, Alberico di Reims e Lotulfo di Lombardia, che lo accusarono di eresia. Nel 1121 fu convocato al concilio di Soissons, dove, senza avere la possibilità di difendersi adeguatamente, fu costretto a gettare egli stesso il proprio libro nel fuoco e a recitare il simbolo di fede, per poi essere confinato nell'abbazia di Saint-Médard.
Tornato a Saint-Denis, Abelardo si scontrò di nuovo con i confratelli quando mise in dubbio la tradizione secondo cui il fondatore dell'abbazia fosse Dionigi l'Areopagita, discepolo di san Paolo. Minacciato di accusa, fuggì e trovò rifugio presso il conte Tebaldo di Champagne, nei pressi di Provins, finché non ottenne il permesso di vivere da eremita.
Si stabilì in un luogo isolato vicino a Nogent-sur-Seine, dove costruì un piccolo oratorio dedicato alla Trinità, che poi intitolò al Paraclito, ossia allo Spirito Santo consolatore. Gli studenti, però, lo raggiunsero anche lì, accampandosi in capanne e tende pur di ascoltare le sue lezioni, e il luogo divenne una vera scuola.
In quel periodo, tra il 1122 e il 1126 circa, compose probabilmente il Sic et Non, una raccolta di centocinquanta questioni teologiche in cui accostava citazioni apparentemente contraddittorie dei Padri della Chiesa, invitando il lettore a esercitare il dubbio metodico, poiché dubitando si giunge a indagare e indagando si arriva alla verità.
Verso il 1126 Abelardo accettò la carica di abate del monastero di San Gildas di Rhuys, in Bretagna, sulla costa dell'Atlantico. Fu un'esperienza disastrosa: il luogo era isolato, i monaci erano rozzi e dissoluti, e le popolazioni circostanti ostili, tanto che egli stesso racconta di aver temuto per la propria vita e di aver subito tentativi di avvelenamento. Intanto, nel 1129, l'abbazia di Argenteuil fu sciolta e le monache dovettero lasciarla.
Abelardo cedette allora l'oratorio del Paraclito a Eloisa e alle sue consorelle, che vi si insediarono sotto la sua guida, e Eloisa ne divenne badessa. Per loro egli scrisse inni, sermoni e una regola monastica, oltre ai Problemata Heloissae, risposte ai quesiti scritturali che la donna gli aveva posto.
Intorno al 1132 scrisse l'Historia calamitatum, un'autobiografia in forma di lettera a un amico consolatore, che cadde nelle mani di Eloisa e diede origine al celebre scambio epistolare tra i due. Eloisa, nelle sue lettere, rivela di non aver mai smesso di amarlo e rimprovera con dolore il suo silenzio, mentre Abelardo risponde con un tono più distaccato e spirituale, che lei non accetta del tutto.
Di quegli anni sono anche l'Ethica, o Scito te ipsum, in cui sostiene che il peccato risiede nell'intenzione e nel consenso della coscienza, più che nell'atto in sé, e il Dialogus inter Philosophum, Iudaeum et Christianum, un confronto fra tre visioni religiose e filosofiche.
Dopo aver abbandonato San Gildas, intorno al 1136 Abelardo tornò a insegnare a Parigi, sul monte Sainte-Geneviève, dove ebbe fra i suoi ascoltatori Giovanni di Salisbury, che lo ricordò con ammirazione nel Metalogicon, e probabilmente Arnaldo da Brescia, che avrebbe poi guidato la rivolta romana contro il potere temporale del papa. Intanto portava avanti la sua opera più importante, la Logica Ingredientibus e la Dialectica, in cui aveva elaborato una posizione sulla questione degli universali, spesso considerata un nominalismo moderato o concettualismo, secondo cui gli universali non esistono come realtà separate, ma sono termini predicabili di più cose. La Theologia christiana e la Theologia scholarium, ulteriori rielaborazioni della sua riflessione trinitaria, risalgono a quegli anni.
Il suo successo suscitò però l'opposizione di Bernardo di Chiaravalle, il potente abate cistercense, per il quale la fede non poteva sottomettersi alle sottigliezze della dialettica. Bernardo, avvertito da Guglielmo di Saint-Thierry, che aveva compilato un elenco di proposizioni sospette tratte dalle opere di Abelardo, tentò dapprima di indurlo a ritrattare in privato. Non riuscendovi, nel 1140 ottenne la convocazione di un concilio a Sens, alla presenza del re Luigi VII e di molti vescovi.
Abelardo, comprendendo che il giudizio era già deciso e che non gli sarebbe stato concesso un vero dibattito, rifiutò di rispondere e annunciò l'intenzione di appellarsi a Roma. Il concilio condannò comunque diciannove proposizioni, e nel 1141 papa Innocenzo II confermò la condanna, imponendo ad Abelardo il silenzio perpetuo.
Malato e stanco, Abelardo si fermò a Cluny, dove lo accolse l'abate Pietro il Venerabile, che riuscì a riconciliarlo con Bernardo e con la Chiesa e ottenne dal papa la revoca delle sanzioni più gravi. Abelardo visse a Cluny gli ultimi mesi dedicandosi alla preghiera e allo studio, in un clima di serenità che non aveva conosciuto da tempo. Poiché la sua salute peggiorava, fu inviato nel priorato di Saint-Marcel, presso Chalon-sur-Saône, dove morì il 21 aprile 1142, a sessantatré anni.
Pietro il Venerabile comunicò la notizia a Eloisa con una lettera piena di rispetto, e lei ottenne che il corpo fosse trasportato al Paraclito, dove venne sepolto. Eloisa rimase badessa fino alla morte, avvenuta nel 1164, e fu sepolta accanto a lui. Le loro spoglie, dopo vari spostamenti, riposano oggi insieme nel cimitero parigino del Père-Lachaise, e la loro storia, tra amore, dolore e ricerca intellettuale, è diventata uno dei più celebri racconti della cultura medievale. Il figlio Astrolabio, affidato alla sorella di Abelardo, entrò più tardi in religione e Pietro il Venerabile si adoperò per assicurargli un beneficio ecclesiastico.
Era il primogenito di una famiglia della piccola nobiltà feudale. Suo padre, Berengario, era un cavaliere con una discreta istruzione, e fu lui a volere che i figli ricevessero un'educazione letteraria prima di quella militare.
Pietro si appassionò così tanto allo studio che rinunciò al diritto di primogenitura a favore dei fratelli minori, scegliendo, come egli stesso racconterà più tardi nella Historia calamitatum, di abbandonare la corte di Marte per abbracciare il grembo di Minerva. Le armi, dunque, sarebbero state sostituite dalla dialettica, che egli considerava il suo vero campo di battaglia. Verso il 1094 lasciò la casa paterna e cominciò a peregrinare per le scuole della Francia, ascoltando i maestri più rinomati e mettendo alla prova la propria abilità nella disputa.
Intorno al 1100 giunse a Parigi, dove frequentò la scuola cattedrale di Notre-Dame e seguì le lezioni di Guglielmo di Champeaux, il più celebre maestro di dialettica del tempo, sostenitore di un realismo radicale sulla questione degli universali. Abelardo, però, non tardò a contestarlo, e le sue obiezioni misero in tale difficoltà il maestro da costringerlo a rivedere la propria dottrina.
Questo gli procurò la fama di brillante e temibile disputatore, ma gli attirò anche l'ostilità di Guglielmo e dei suoi allievi. Poco dopo, intorno al 1102, aprì una propria scuola a Melun e in seguito a Corbeil, più vicina a Parigi, con grande successo di pubblico, finché una malattia dovuta al troppo lavoro lo costrinse a tornare in Bretagna per alcuni anni a riposarsi.
Rientrato a Parigi attorno al 1108, trovò Guglielmo ritiratosi nell'abbazia di Saint-Victor, ma ancora pronto a polemizzare con lui. Dopo nuove dispute, Abelardo riuscì a imporsi e a ottenere una cattedra a Notre-Dame, vedendo accorrere a sé gli studenti. Decise allora di dedicarsi alla teologia e si recò a Laon, presso Anselmo, il maestro più autorevole in quel campo.
Ne rimase però deluso, giudicando il suo insegnamento ricco di parole ma povero di sostanza, e ben presto prese a disertarne le lezioni. Per dimostrare che bastava il proprio ingegno, si cimentò in un commento al profeta Ezechiele con una sola lezione improvvisata, ottenendo un tale successo da suscitare la gelosia di Anselmo e dei suoi discepoli, che lo costrinsero ad andarsene.
Tornato a Parigi, intorno al 1113 Abelardo insegnava ormai teologia e filosofia con grande fama, e la sua vita cambiò radicalmente quando incontrò Eloisa, nipote del canonico Fulberto. Eloisa era una giovane donna di eccezionale cultura, esperta di latino, greco ed ebraico, e Abelardo, che all'epoca aveva circa trentacinque anni, riuscì a farsi accogliere in casa di Fulberto come precettore della ragazza, con l'intento, come riconobbe lui stesso, di sedurla.
Tra i due nacque una passione intensa, che trascurò gli studi e trasformò le lezioni in pretesti d'amore. Quando Fulberto scoprì la relazione, la separò da lui, ma Eloisa era già incinta e Abelardo la portò in Bretagna, presso la propria famiglia, dove nacque il figlio, chiamato Astrolabio.
Per placare l'ira di Fulberto, Abelardo propose un matrimonio da mantenere segreto, in modo da non danneggiare la sua carriera ecclesiastica. Eloisa si oppose a lungo, sostenendo che il matrimonio avrebbe rovinato il futuro del filosofo e che preferiva essere la sua amica piuttosto che la sua moglie, ma infine cedette. Le nozze furono celebrate in segreto a Parigi, ma Fulberto ne divulgò la notizia, e quando Eloisa negò pubblicamente di essere sposata, Abelardo la fece trasferire nel monastero di Argenteuil, dove ella aveva trascorso l'infanzia.
Fulberto interpretò il gesto come un tentativo di sbarazzarsi di lei e ordinò una terribile vendetta: alcuni uomini penetrarono nella stanza di Abelardo mentre dormiva e lo evirarono. Umiliato e sconvolto, il filosofo decise di ritirarsi dal mondo, e nel 1118 prese l'abito monastico nell'abbazia di Saint-Denis, mentre Eloisa, per sua richiesta, prendeva il velo ad Argenteuil.
Nell'abbazia di Saint-Denis Abelardo non trovò la pace sperata. I suoi studenti lo pregarono di riprendere l'insegnamento e, ottenuto il permesso dall'abate, aprì una scuola in un priorato vicino, dove scrisse il Tractatus de unitate et trinitate divina, poi noto come Theologia Summi Boni. L'opera, che tentava di spiegare il mistero trinitario con strumenti razionali, suscitò l'ostilità di due suoi vecchi rivali, Alberico di Reims e Lotulfo di Lombardia, che lo accusarono di eresia. Nel 1121 fu convocato al concilio di Soissons, dove, senza avere la possibilità di difendersi adeguatamente, fu costretto a gettare egli stesso il proprio libro nel fuoco e a recitare il simbolo di fede, per poi essere confinato nell'abbazia di Saint-Médard.
Tornato a Saint-Denis, Abelardo si scontrò di nuovo con i confratelli quando mise in dubbio la tradizione secondo cui il fondatore dell'abbazia fosse Dionigi l'Areopagita, discepolo di san Paolo. Minacciato di accusa, fuggì e trovò rifugio presso il conte Tebaldo di Champagne, nei pressi di Provins, finché non ottenne il permesso di vivere da eremita.
Si stabilì in un luogo isolato vicino a Nogent-sur-Seine, dove costruì un piccolo oratorio dedicato alla Trinità, che poi intitolò al Paraclito, ossia allo Spirito Santo consolatore. Gli studenti, però, lo raggiunsero anche lì, accampandosi in capanne e tende pur di ascoltare le sue lezioni, e il luogo divenne una vera scuola.
In quel periodo, tra il 1122 e il 1126 circa, compose probabilmente il Sic et Non, una raccolta di centocinquanta questioni teologiche in cui accostava citazioni apparentemente contraddittorie dei Padri della Chiesa, invitando il lettore a esercitare il dubbio metodico, poiché dubitando si giunge a indagare e indagando si arriva alla verità.
Verso il 1126 Abelardo accettò la carica di abate del monastero di San Gildas di Rhuys, in Bretagna, sulla costa dell'Atlantico. Fu un'esperienza disastrosa: il luogo era isolato, i monaci erano rozzi e dissoluti, e le popolazioni circostanti ostili, tanto che egli stesso racconta di aver temuto per la propria vita e di aver subito tentativi di avvelenamento. Intanto, nel 1129, l'abbazia di Argenteuil fu sciolta e le monache dovettero lasciarla.
Abelardo cedette allora l'oratorio del Paraclito a Eloisa e alle sue consorelle, che vi si insediarono sotto la sua guida, e Eloisa ne divenne badessa. Per loro egli scrisse inni, sermoni e una regola monastica, oltre ai Problemata Heloissae, risposte ai quesiti scritturali che la donna gli aveva posto.
Intorno al 1132 scrisse l'Historia calamitatum, un'autobiografia in forma di lettera a un amico consolatore, che cadde nelle mani di Eloisa e diede origine al celebre scambio epistolare tra i due. Eloisa, nelle sue lettere, rivela di non aver mai smesso di amarlo e rimprovera con dolore il suo silenzio, mentre Abelardo risponde con un tono più distaccato e spirituale, che lei non accetta del tutto.
Di quegli anni sono anche l'Ethica, o Scito te ipsum, in cui sostiene che il peccato risiede nell'intenzione e nel consenso della coscienza, più che nell'atto in sé, e il Dialogus inter Philosophum, Iudaeum et Christianum, un confronto fra tre visioni religiose e filosofiche.
Dopo aver abbandonato San Gildas, intorno al 1136 Abelardo tornò a insegnare a Parigi, sul monte Sainte-Geneviève, dove ebbe fra i suoi ascoltatori Giovanni di Salisbury, che lo ricordò con ammirazione nel Metalogicon, e probabilmente Arnaldo da Brescia, che avrebbe poi guidato la rivolta romana contro il potere temporale del papa. Intanto portava avanti la sua opera più importante, la Logica Ingredientibus e la Dialectica, in cui aveva elaborato una posizione sulla questione degli universali, spesso considerata un nominalismo moderato o concettualismo, secondo cui gli universali non esistono come realtà separate, ma sono termini predicabili di più cose. La Theologia christiana e la Theologia scholarium, ulteriori rielaborazioni della sua riflessione trinitaria, risalgono a quegli anni.
Il suo successo suscitò però l'opposizione di Bernardo di Chiaravalle, il potente abate cistercense, per il quale la fede non poteva sottomettersi alle sottigliezze della dialettica. Bernardo, avvertito da Guglielmo di Saint-Thierry, che aveva compilato un elenco di proposizioni sospette tratte dalle opere di Abelardo, tentò dapprima di indurlo a ritrattare in privato. Non riuscendovi, nel 1140 ottenne la convocazione di un concilio a Sens, alla presenza del re Luigi VII e di molti vescovi.
Abelardo, comprendendo che il giudizio era già deciso e che non gli sarebbe stato concesso un vero dibattito, rifiutò di rispondere e annunciò l'intenzione di appellarsi a Roma. Il concilio condannò comunque diciannove proposizioni, e nel 1141 papa Innocenzo II confermò la condanna, imponendo ad Abelardo il silenzio perpetuo.
Malato e stanco, Abelardo si fermò a Cluny, dove lo accolse l'abate Pietro il Venerabile, che riuscì a riconciliarlo con Bernardo e con la Chiesa e ottenne dal papa la revoca delle sanzioni più gravi. Abelardo visse a Cluny gli ultimi mesi dedicandosi alla preghiera e allo studio, in un clima di serenità che non aveva conosciuto da tempo. Poiché la sua salute peggiorava, fu inviato nel priorato di Saint-Marcel, presso Chalon-sur-Saône, dove morì il 21 aprile 1142, a sessantatré anni.
Pietro il Venerabile comunicò la notizia a Eloisa con una lettera piena di rispetto, e lei ottenne che il corpo fosse trasportato al Paraclito, dove venne sepolto. Eloisa rimase badessa fino alla morte, avvenuta nel 1164, e fu sepolta accanto a lui. Le loro spoglie, dopo vari spostamenti, riposano oggi insieme nel cimitero parigino del Père-Lachaise, e la loro storia, tra amore, dolore e ricerca intellettuale, è diventata uno dei più celebri racconti della cultura medievale. Il figlio Astrolabio, affidato alla sorella di Abelardo, entrò più tardi in religione e Pietro il Venerabile si adoperò per assicurargli un beneficio ecclesiastico.
Frasi di Pietro Abelardo
Per ora abbiamo un totale di 1 frasi.
Ove necessario le abbiamo suddivise in pagine da 50 frasi ciascuna.
Intanto te ne inseriamo una qui come stuzzichino.
Leggi le frasi di Pietro Abelardo
Ove necessario le abbiamo suddivise in pagine da 50 frasi ciascuna.
Intanto te ne inseriamo una qui come stuzzichino.
Il porsi costantemente dei problemi sta alla base della saggezza.
Leggi le frasi di Pietro Abelardo